giovedì 18 agosto 2016

Strange Boat

Prima di una breve pausa estiva rendo omaggio alla canzone che dona il titolo al blog: la strana barca di cui cantavano The Waterboys su “Fisherman’s Blues”. Una musica semplice e un testo semplice: straordinariamente efficaci.


Stiamo veleggiando su una strana barca
Diretti verso una strana costa
Navighiamo su una strana barca
Diretti verso una strana costa
Portando il carico più strano
Che mai sia stato issato a bordo

Stiamo veleggiando su uno strano mare
Spinti da uno strano vento
Navigando su uno strano mare
Spinti da uno strano vento
Trasportando l’equipaggio più strano
Che mai abbia peccato

Viaggiamo su uno strano carro
Seguendo una strana stella
Arrampicandoci sulla scaletta più strana
Su cui mai ci si potesse arrampicare

Viviamo in un tempo strano
Lavorando per un obbiettivo strano
Viviamo in un tempo strano
Lavorando per un obbiettivo strano
Stiamo tramutando carne e ossa
In anima


mercoledì 10 agosto 2016

Memphis, Tennessee

Chuck Berry viene giustamente ricordato per le sue musiche, i fraseggi di chitarra, le qualità di intrattenitore sul palco. Tutti elementi fondamentali nel creare e definire un genere, il rock and roll, di cui è indiscutibilmente uno dei massimi esponenti, se non il più importante. Ma i suoi testi sono spesso dei piccoli capolavori in cui riesce a raccontare brevemente storie particolari, e non sono da meno rispetto a quelli dei migliori songwriter.

Il testo di questa canzone si sviluppa attraverso una conversazione telefonica nella quale il protagonista del brano chiama il centralino cercando di mettersi in contatto con una certa "Marie" che gli aveva telefonato mentre lui era assente. Nella terza strofa viene rivelato che chi sta effettuando la telefonata sta soffrendo per la ragazza, e dice che sono stati separati perché la mamma non era d'accordo. A questo punto si potrebbe credere che il protagonista con la ragazza abbia una relazione, ostacolata dalla madre di lei. Inaspettatamente, però, alla fine ci viene rivelato che Marie ha solo 6 anni, e che chi parla e racconta la storia è il padre della bambina.



Pronto? Interurbane?, mi passi Memphis Tennessee
Mi aiuti a rintracciare chi ha cercato di contattarmi
Non ha potuto lasciare il suo numero, ma so chi ha chiamato
Perché mio zio ha preso la chiamata e l’ha appuntata sul muro

Mi aiuti, centralino, mi metta in contatto con la mia Marie
è l’unica che potrebbe cercarmi qui da Memphis Tennessee
La sua casa è nella parte sud, su in alto su un crinale
Proprio a mezzo miglio dal Mississippi Bridge

Mi aiuti, signorina, più di questo non so dirle
Solo che mi manca, come mi manca quanto ci divertivamo
Ma ci hanno separati, perché sua mamma non era d’accordo
E ha strappato via la gioia dalla nostra casa in Memphis Tennessee

L’ultima volta che vidi Marie mi stava salutando con la mano
Torna in fretta, dicevano le lacrime scorrendo dall’occhio giù sulla guancia
Marie ha solo sei anni, signorina la prego
Cerchi di mettermi in contatto con lei a Memphis Tennessee

mercoledì 3 agosto 2016

Dying On The Vine

Dying On The Vine è una canzone tratta dall’album “Artificial Intelligence” di John Cale, anche se la versione che preferisco è quella in concerto, registrata sullo scarno “Fragments Of A Rainy Season”. Questa volta una traduzione non rigorosamente letterale, ma che cerca di mantenere la metrica e le rime del testo originale, una specie di cover in italiano, come si usava negli anni sessanta. Ma se allora spesso il senso del testo veniva stravolto (vedi ad esempio l’orrenda “Ragazzo solo, ragazza sola” imbarazzante versione italiana di Space Oddity) qui ho comunque rispettato il più possibile l’originale.




Non la sopporto più questa caccia agli spettri
Vorrei qualcuno che mi desse un perché
Ho posato la mia spada, è tua se vuoi
E ho scritto a casa, non pensate a me

Sono stato giù con te ad Acapulco
Barattando vestiti per del vino ambrato
Con un odore di vecchia ingioiellata, addosso
O di un William Burroughs che inscena il tempo andato

Impossibile dormire, in mezzo al chiacchierio
Troppe feste al sole ma poi quei
Ligi addetti mi han concesso tutti i visti
E se non fossi così vile, scapperei

Vediamoci dove non si spara più
In quel quartiere, dove non ci sono guai
Sì, porta pure gli amici che sai tu
È bello averli intorno, non si sa mai

Lo sai pensavo (anche) a mia madre
Pensavo a ciò che ancora ho
Vivevo come fossi stato un divo
Ma morivo, sul nascere, ora lo so

mercoledì 20 luglio 2016

Marquee Moon

I remember how the darkness doubled. Questo il suggestivo inizio di Marquee Moon, l’epica (oltre dieci minuti di durata nella versione originaria) canzone che fa da fulcro – fin dal titolo – al primo album dei Televison; ovvero a uno degli esordi migliori della storia del Rock. La voce di Verlaine arriva – graffiante proprio come la sua chitarra – soltanto dopo che gli altri strumenti hanno fatto il loro ingresso uno alla volta, per raccontare di una stralunata escursione mentre la tensione dinamica aumenta. Prima del lungo intermezzo strumentale, le stesse scale introducono tre volte il ritornello, che in un crescendo vede il protagonista prima aspettare, poi esitare e da ultimo decidere di porre fine all’attesa.




Io ricordo
Come l’oscurità raddoppiò
Rimembro
Il fulmine colpire sé stesso
Stavo ascoltando
Ascoltando la pioggia
Stavo udendo
Udendo qualcos’altro

La vita nell’alveare increspava la mia notte
Il bacio della morte, l’abbraccio della vita.
Stavo là, sotto alla Luna del tendone, aspettando, semplicemente

Mi rivolsi a un uomo
Giù ai binari
Gli chiesi
Come facesse a non impazzire.
Mi disse: “Guarda qui, giovane, non essere così felice.
E Santo Cielo, non essere così triste”.

La vita nell’alveare increspava la mia notte
Il bacio della morte, l’abbraccio della vita.
Stavo là, sotto alla Luna del tendone
Esitando

Una Cadillac
Sbucò fuori dal cimitero
Inchiodò davanti a me
Tutto ciò che dissero: Sali su

La vita nell’alveare increspava la mia notte
Il bacio della morte, l’abbraccio della vita.
Stavo là, sotto alla Luna del tendone
Non aspetterò