mercoledì 17 febbraio 2016

Cassidy

Questa è una delle canzoni più belle dei Grateful Dead, scritta da Bob Weir per il suo primo album solista, con un testo di John Barlow, di cui traduco anche un intervento trovato in rete, nel quale spiega la genesi del brano e altro ancora.



Cassidy

Ho visto dove il lupo ha dormito presso il fiume d’argento
Posso capire dal marchio che ha lasciato che sei stata nel suo sogno
Oh discendente di una miriade di alberi
Oh figlia di mari sconfinati

Che cosa sei, che cosa sei destinata a divenire
Dice il suo nome, sebbene tu sia nata a me
Nata a me, Cassidy

Perso ora nelle enormi distanze nella sua Cadillac
Capisco dal modo in cui sorridi che sta arretrando
Vieni, ripulisci la notte
Vieni, fai ricrescere verde questa terra riarsa

Soffia nel corno, picchietta sul tamburello
Ricuci lo strappo dei bui anni intercorsi
Tu ed io, Cassidy

Battiti veloci in un cuore ghiacciato
Figlia illegittima trascina un carro funebre
Ecco che lui se ne va, e lei ha il suo inizio
Sentila piangere
Volo di uccelli marini, sparpagliati come parole perdute
Volteggiano verso la tempesta e fuggono

Ora mi congedo, lascio
Che la tua vita proceda seguendo il suo disegno
Niente più da dire
Che le parole siano le tue, io con le mie ho finito


Questa è una canzone di dualità inevitabili: morire e nascere, uomini e donne, parlare e tacere, devastazione e crescita, desolazione e speranza.
È anche una canzone che parla di un Cassady e di una Cassidy, Neal Cassady e Cassidy Law.
(Il titolo potrebbe essere scritto in entrambi i modi, per quanto mi riguarda, ma penso che sia ufficialmente stampato nel secondo. Il che è appropriato, dato che penso che i diritti siano registrati dalla madre, Eileen Law).
Il primo era l’ineffabile, inimitabile, infaticabile Santo Stolto In Persona, Neal Cassady, conosciuto anche come Dean Moriarty, Hart Kennedy, Houlihan, e La Migliore Mente della Generazione di Allen Ginsberg.
Neal Cassady, per quelli che hanno ricevuto un’educazione così classica o così superficiale o così pudica da ometterlo, fu l’avatar della Hipness Americana. Nato sulla strada saltando fuori da un albergo di infimo ordine sulla Larimer Street di Denver, incontrò lì l’autostoppista Jack Kerouac alla fine degli anni 40 liberandolo, e liberando suo tramite milioni di altri, in via permanente.
Neal veniva dalla tradizione orale. La scrittura la lasciava ad altri che avessero più tempo e capacità di concentrazione, ma dalle sue ampie riserve scorreva il succo ad alto numero di ottani che rifornì la Beat Generation per otto anni di Eisenhower e un migliaio di giorni di Camelot fino a che, come tante altre cose, fu costretta a un atterraggio brusco e spaesato a Dallas.
Kerouac si ritirò a Long Island, dove si diede alla Budweiser, alla National Review, e al cinismo adiposo di troppi rivoluzionari frustrati. Neal semplicemente prese il primo bus che passava.
E il bus non era altro che l’ogiva psichedelica degli anni sessanta, una cornucopia rotolante di stranezza in technicolor chiamata Further. Con Ken Kesey delirante sul tetto e Neal al volante, Further vagò per l’America dal 1964 al 1966, infettando la nostra delusione del controllo nazionale con una cronica e sacra pazzia alla quale infine soccombette.
Da Further rotolarono giù gli Acid Tests, i Grateful Dead, gli Human Be-Ins, Haight-Ashbury, e, con l’America che tentava di sopprimere l’infezione rendendola popolare e trasformandole in una stravaganza a buon mercato, la Summer of Love, e Woodstock.
Io, nel frattempo, ero stato iniziato ai Misteri nei sobri ashram dell’East Coast di Timothy Leary, a una distanza dalla quale il pscirco psichedelico dei Prankster sembrava, beh, un poco psacrilego. Bobby Weir, che conoscevo fin dalla scuola secondaria, mi teneva in qualche modo al corrente delle sue azioni riottose con i Prankster e altri, ma io tendevo a ignorare per motivi ideologici quel poco di questa pazzia che poteva filtrare attraverso un telefono.
Così, purista com’ero, non incontrai effettivamente Neal Cassady fino al 1967, anno in cui Further si era già ritirato in campagna dietro al fienile di Kesey in Oregon e i Grateful Dead erano spiaggiati collettivamente in un magnifico palazzo Vittoriano diroccato al numero 710 di Ashbury Street, due isolati più su di dove a quel tempo era situato, secondo la rivista Time l’asse terrestre della cultura popolare americana. La vera festa era praticamente finita quando arrivai.
Ma Cassady, il Più Stupefacente Uomo Che Ho Mai Incontrato, stava ancora Succedendo, eccome. Tenendo corte nella minuscola cucina del 710, portava avanti cinque conversazioni diverse simultaneamente dedicando sempre un canale di colloquio a discorrere con persone assenti e un altro a effetti sonori quali ingranaggi disintegranti o crani esplodenti. Inserirsi in una di queste conversazioni, nonostante la loro molteplicità, era come cercare di bere un sorso da una manichetta antincendio.
I pochi e momentanei istanti di interruzione del flusso li riempiva con i numeri più casuali mai generati da uomo o macchina o, più spesso, con la sua bassa risata caratteristica, un *heh, heh, heh, heh* che suonava come un motore  fatto girare furiosamente da un avviamento eccessivamente entusiasta.
Per quanto posso raccontare non dormiva mai. Tracannava cuori Verdi di dexedrina messicana dal tubetto, sogghignava, ridacchiava e continuava a improvvisare nella notte. Nonostante un tale comportamento sembrava, a 41 anni, il ritratto della salute. Con una faccia che pareva uscita da un poster del reclutamento (non tenendo conto di un certo scintillio negli occhi) e un torso, solitamente nudo, scolpito da Michelangelo, sembrava praticamente immortale. Anche se a breve la realtà si sarebbe dimostrata diversa.
Neal e Bobby facevano da contrappunto perfettamente. Mentre Cassady sferragliava incessantemente,  Bobby per lo più cadeva nel mutismo, tranquillizzato forse dalla macrobiotica, forse in un grado avanzato degli Acid Tests, o, più probabilmente, da una qualche combinazione di ogni strana cosa che lo faceva pensare più velocemente di quanto chiunque possa parlare. Non ho molti ricordi a fuoco dell’estate del 1967, ma in ogni immagine  mentale che conservo di Neal, aleggia anche la faccia pallida e inespressiva di Bobby.
La loro vicinanza era dovuta in parte alla dieta di Weir. Ogni pasto richiedeva ore di sforzo metodico. Prima una varietà di parti semi-edibili doveva essere ridotta a fuoco lento a una consistenza gelatinosa e marroncina. Poi ogni morso di questo preparato doveva essere masticato non meno di 40 volte. Credo ci fosse una sorta di motivo cerimoniale per questo, sebbene forse ci voleva semplicemente del tempo ad abituarsi al gusto prima di ingoiare.
Tutto questo aveva luogo in cucina dove, come dicevo, era stanziato anche Cassady. Così c’era Neal, una Fontana di linguaggio, che emetteva nuvole di parole inquiete e migratorie. E dall’altra parte del tavolo, Bobby, con mascelle impregnate in un’azione non meno vigorosa, che produceva invece un silenzio profondo e inalterabile. Neal parlava. Bobby masticava. E ascoltava.
Così trascorreva il giorno. Mi ricordo un paio di notti quando allestirono un’altra routine di joint nella sala musica al piano di sopra. La camera anteriore del secondo piano era stata una volta una libreria ed era ora la sede di uno stereo e di un’enorme collezione di dischi di cui si abusava in comunione.
In quel periodo era anche la casa di Bobby. Aveva piazzato le tende su un pestilenziale divano marrone nel centro della stanza, all’estremità del quale teneva un sacchetto di carta contenente la maggior parte dei suoi possedimenti terreni.
Tutti erano andati a letto o si erano addormentati o erano scappati nella note. In mancanza di altre orecchie da perplimere e confondere, Neal andò nella sala musica, appose sulle proprie un paio di cuffie, mise su del be-bop, e diventò be-bop, danzando e canticchiando a Cappella su un brano che non potevo sentire. In tal modo impegnato, usava come un giocoliere il Martello da macchinista da 35 once che era diventato il suo marchio di fabbrica. Le convulsioni articolate della parte superiore del suo corpo facevano correre monsoni di sudore e il martello divenne una confusione letale che fluttuava nell’aria davanti a lui.
Mentre il Cowboy anfetaminico di Dio girava, si destreggiava e urlava gioiosi *doo-WOP's,: Weir giaceva sul suo divano lì davanti, perfettamente calmo, occhi aperti che fissavano il soffitto. C’era qualcosa nella fissità dello sguardo di Bobby che sembrava indicare una furia di processo cognitivo per accordarsi alla prestazione di Neal. Era come se Bobby lo stesse immaginando e affrontasse rigidamente lo sforzo provocato dal proiettare una immagine così tangibile e cinetica.
Ho anche un vago ricordo in macchina da qualche parte a San Francisco con Neal e una rossa meravigliosamente lasciva, ma la combinazione di droghe e di terrore per il suo stile di guida ha confuso questa memoria in una foschia sognante. Mi ricordo che l’auto era una grande decappottabile, forse una Cadillac, costruita in America quando ancora facevamo automobili di vero acciaio ma la sua mole non sembrava un’armatura sufficiente contro un mondo che mi correva incontro a una tale velocità.
Ciò nonostante, mi ricordo che mi confortava il pensiero che avere vissuto così a lungo in questo modo  rendeva Cassady probabilmente invulnerabile e che, in tal caso, anche io rientravo nella sua misteriosa aura protettiva.
La mia opinione si rivelò sbagliata. Circa cinque mesi più tardi, Quattro giorni prima del suo quarantaduesimo compleanno, fu trovato morto su un binario della ferrovia fuori San Miguel D'Allende, Messico. Si mise a vagare là fuori in uno stato alterato di coscienza e morì di esposizione alle intemperie nella notte desertica. Esposizione sembrò giusto. Aveva vissuto una vita esposta. A quel tempo, stava cominciando a sentirsi come tutti noi.
Nelle dualità inevitabili, ci sono solo protagonisti. L’altra protagonista di questa canzone è Cassidy Law, la quale ora, nell’estate del 1990, è una donna di vent’anni bella e  padrona di sé.
La prima volta che la vidi, aveva meno di un mese. Era appena venuta al mondo, nel Rucka Rucka Ranch, un polveroso piccolo ranch nella Nicasio Valley di West Marin abitato da Bobby insieme con un cast variabile di personaggi veri.
Tra questi la madre di Cassidy, Eileen, una brava donna che era ed è tutt’oggi la santa patrona dei Deadheads, il lupesco Rex Jackson, un cowboy di Pendleton diventato roadie dei Grateful Dead in memoria del quale è intitolata la Grateful Dead's Rex Foundation, Frankie Weir, la ex di Bobby's e il soggetto della canzone Sugar Magnolia, Sonny Heard, un vecchio ragazzaccio di Pendleton anche lui un roadie dei GD, e tanti altri che non ricordo.
C’erano anche uno stallone Appaloosa dalla testa dura, una capra, e un miscuglio di animali da cortile che comprendeva un pavone così psicotico e aggressivo che dovevano tenere una trave vicino alla porta principale per tenere lontani i suoi attacchi alla gente che lasciava la casa. In un certo modo rurale era una zona poco raccomandabile. Il branco di cavalli dall’altra parte della strada divenne idrofobo e dovette essere abbattuto.
Era un luogo appropriato per entrare negli anni 70, un periodo di cupo esilio per molti ex figli dei fiori. I Grateful Dead avevano partecipato a una generale diaspora da Haight non appena la Summer of Love decadde nell’Inverno della Nostra Cattiva Pazzia. Erano stati sparpagliati come relitti marini lungo le remote distese di Marin County e ora si trinceravano in attesa di vedere che cosa sarebbe successo.
La prognosi non era incoraggiante. Il 1968 ci aveva dato, oltre alla morte di Cassady, le sommosse di Chicago e l’elezione di Richard Nixon. Il 1969 era stato, come lo chiamò Ken Kesey, *l’anno del sedativo,: definizione che descrive non solo una nuova preferenza culturale per stupide pillole ma anche il tipo di anno che fu in grado di infliggere Manson, Chappaquiddick, e Altamont in meno di 6 settimane.
Io stesso non sapevo che cosa fare. Avevo scritto la prima metà di un romanzo, sulla base della quale  Farrar, Straus, & Giroux mi avevano dato un ricco anticipo con cui avrei dovuto scrivere la seconda. Invece presi i soldi e andai in India, tornando sette mesi dopo completamente cambiato. Trascorsi i primi 8 mesi del 1970 vivendo a New York e combattendo il dannato problema fino a una conclusione inadatta, prima di gettare i risultati sopra una lunetta da Ferrar, Straus, comprando una motocicletta nuova per sostituire quella con cui avevo cozzato contro una macchina ferma a 85 miglia all’ora, e mi diressi in California
Fu un viaggio che sembrava uscito da Easy Rider. Un barbaro senza collo in una Dodge Super Bee cercò di buttarmi fuori strada nel New Jersey (per circa 20 miglia ad alta velocità) e mi servirono, nel mio Wyoming, una testa d’agnello cruda, scorticata, con ancora gli occhi dentro. Sento ancora l’oscura risata che mi cacciò fuori da quel ristorante.
Così, quando arrivai a Rucka Rucka, ero nell’umore giusto per il posto. Mi ricordo due cose lucenti che risaltavano contro questo cupo sfondo. Una era Eileen che teneva la sua bella bambina, una catch-colt (come chiamavamo i figli nati fuori dal matrimonio) di Rex Jackson.
E poi c’erano gli accordi che Bobby aveva messo insieme la note in cui era nata, musica che alla fine si sarebbe unita a queste parole per diventare la canzone Cassidy. La suonò per me. Accovacciato sulle nude tavole del pavimento della cucina nel sole del tardo pomeriggio, sparava accordi che suonavano come le campane dell’inferno.
E che mi risuonarono nella testa per i due anni successivi, durante i quali lasciai New York e, con mia stessa sorpresa, divenni il proprietario di un ranch in Wyoming, iniziando così anch’io il mio esilio rurale.
Nel 1972, Bobby decise di voler fare l’album solista che sarebbe diventato Ace. Quando entrò in studio all’inizio di Febbraio, portò una straordinaria quantità di materiale, la maggior parte allo stato embrionale. Passammo parte del mese di Gennaio nella mia capanna isolata nel Wyoming lavorando su canzoni ma non credo che realmente portammo qualcosa a termine. Ero arrivato con alcuni testi (per Looks Like Rain e la maggior parte di Black-Hearted Wind). Mise a punto tutta la struttura musicale di Cassidy, per la quale però non avevo ancora scritto neppure una parola.
La maggior parte del tempo bevevamo Wild Turkey, facendo grandiose congetture e combattendo sia una serie di magnifiche bufere di neve sia il fantasma di casa (o qualunque cosa fosse), che si divertiva in particolare a tormentare Weir e il suo cane Malamute.
(Una mattina entrai per svegliare Bobby e fui stupito di vederlo tirarsi fuori dal letto con la faccia nera. Sembrava pronto per cantare “Swanee River”. Venne fuori che il fantasma era stato da lui. Aveva chiamato alle 3 del mattino lo sciamano degli Shoshone Rolling Thunder, che gli aveva consigliato che un rapido repellente contro i fantasmi era il carboncino sulla faccia. Così aveva bruciato una scatola intera di fiammiferi Ohio Blue Tips per applicare il risultato.)
Stavo ancora combattendo con l’angelo di Cassidy quando ritornò in California per cominciare a registrare le basi delle canzoni. Sapevo che c’era qualcosa... il collegamento con la nascita di Cassidy Law era troppo diretto per essere ignorato... ma il resto continuava a sfuggirmi. Gli dissi che l’avrei raggiunto in studio e l’avrei scritta lì.
Poi mio padre cominciò a morire. Andò all’ospedale di Salt Lake City e io rimasi al ranch dando da mangiare alle vacche e tenendo aperti i sentieri con un antico bulldozer Allis-Chalmers. C’era più di un metro di neve che veniva soffiata dal vento a formare castelli di cemento intorno ai mucchi di fieno.
Bobby mi attendeva con ansia in California, ma tra l’inverno più rigido degli ultimi dieci anni e la fine predestinata di mio padre, non riuscivo a capire come ce l’avrei fatta. Gli dissi che avrei cercato di finire le canzoni  incomplete, tra cui Cassidy, col tempo.
Il 18 di Febbraio mi dissero che la morte di mio padre era imminente e che sarei dovuto andare a Salt Lake. Prima di poter partire, comunque, dovevo spalare la neve da un numero di campi di fieno sufficiente  a nutrire il gregge per il tempo in cui sarei stato via. Misi in moto il bulldozer in una mattina così fredda che sembrava l’aria potesse rompersi. Trascorsi una lunga giornata in una nuvola di cristalli di ghiaccio vorticosi, ipnotizzato dal costante ululato dei 2600 giri al minuto del motore, e, a un certo punto nel pomeriggio, dagli accordi ripetuti di Cassidy.
Pensavo molto a mio padre e a quello che eravamo ed eravamo stati l’uno per l’altro. Pensavo alla danza delicatamente bilanciata di dualità inevitabili. E per qualche ragione cominciai a  pensare a Neal, morto da quattro anni e ancora a zonzo per l’America sulle ruote bollenti della leggenda..
Da qualche parte all’interno, le parole di Cassidy arrivarono, complete e intatte. Mi ritrovai semplicemente a cantare  la canzone come se la conoscessi da anni.
Ritornai nella capanna nel crepuscolo che sopraggiungeva. Alan Trist, un vecchio amico di Bob Hunter e nuovo amico mio, arrivò in visita. Mi aveva aspettato tutto il giorno. Nella fretta di partire, lo mandai a inchiodare spessori contro il vento nel fienile dei cavalli mentre battevo a macchina le parole e mi preparavo a partire. Quando scese la notte, arrivò un’altra grande tempesta. Ci avviammo verso Salt Lake in quella tempesta, sperando di arrivare in tempo per chiudere, un’ultima volta, gli anni bui tra me e mio padre.
Le canzoni  dei Grateful Dead sono creature viventi. Come le altre creature in vita, crescono e subiscono metamorfosi nel tempo. La loro musica cambia un poco ogni volta che vengono suonate. Le parole, avidamente interpretate e reinterpretate da generazioni di Deadheads, divengono accumuli di significato e di gusto culturale piuttosto che statiche asserzioni di intenti. A tutt’oggi, i Deadheads hanno scritto questa canzone in misura maggiore di quanto io abbia mai fatto.
Il contesto cambia e pertanto tutto in essa cambia. Quello che Cassidy significava per un pubblico in cui molti hanno veramente conosciuto Neal personalmente, è decisamente diverso da quello che rappresenta per un pubblico che in gran parte non ne ha mai sentito parlare.
Alcune cose non cambiano. La gente muore. Altri nascono per prenderne il posto. Le tempeste ricoprono la terra di problemi. E poi, sempre, ritorna il sole.


 John Perry Barlow • November 3rd, 1994 in:   Literary Kicks "Cassidy's Tale"

Nessun commento:

Posta un commento