Visualizzazione post con etichetta The Band. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta The Band. Mostra tutti i post

domenica 24 agosto 2025

Twilight

“Twilight” vide la luce dapprima su singolo, insieme con “Acadian Driftwood” nel 1975. Comparve poi come bonus track nella ristampa dell’album “Islands”. Scritta da Robbie Robertson, la canzone fu affidata alla voce di Rick Danko, il quale la valorizzò negli anni successivi allo scioglimento del gruppo inserendola nel suo repertorio da solista.




Vicino al bosco selvaggio

Calda notte d'estate

Giacevamo nell'erba alta

Fino alle prime luci dell'alba

Se potessi fare a modo mio, non avrei mai

Il desiderio di vagabondare

Ma un giovane serve il suo Paese

Un vecchio custodisce la casa

 

Non mandarmi saluti da lontano

O stupidi souvenir da luoghi remoti

Non lasciarmi sola nel crepuscolo

Perché il crepuscolo è il momento più solitario della giornata

 

Non ci ho mai pensato due volte

Non mi è mai passato per la mente

Cosa è giusto e cosa non lo è

Non sono il tipo che giudica

Posso sopportare l'oscurità, oh

Le tempeste nei cieli

Ma tutti abbiamo delle prove da superare

Che bruciano dentro di noi

 

Non mettermi in una cornice sulla mensola del camino

Prima che i ricordi diventino vecchi, grigi e polverosi

Non lasciarmi solo al crepuscolo

Perché il crepuscolo è il momento più solitario della giornata

E non lasciarmi solo al crepuscolo

Perché il crepuscolo è il momento più solitario della giornata

 


giovedì 24 marzo 2022

Evangeline

Da un articolo pubblicato su dontforgetthesongs365 , sulla canzone scritta da Robbie Robertson nel 1976 e immortalata nel film "The Last Waltz".


Potevo crederci? Quando ho visto per la prima volta The Last Waltz, avrei giurato che "Evangeline", la canzone che The Band ha cantato con la musa preferita di Gram Parsons, Emmylou Harris, fosse uno standard tradizionale del sud. Ma non lo era, mi sbagliavo; infatti, l'esecuzione e la registrazione di "Evangeline" dimostrano quanto bene The Band, e in particolare il leader musicale Robbie Robertson, abbia ricreato liricamente il suono della Louisiana, portato in vita con macchine del fumo su un freddo palcoscenico di Hollywood, con l'angelica Emmylou Harris che canta insieme con i suoi compagni di The Band. Come hanno fatto  a trasformare istantaneamente questa gemma New Americana, scritta da Robbie Robertson, in un classico del profondo sud? È come se Rick Danko, Garth Hudson, Richard Manuel, Levon Helm e Robbie Robertson ci avessero magicamente trasposto in uno stato mentale bluegrass-Cajun.

"Evangeline" ha collegato le prime riflessioni di Robbie Robertson sull'America, come disse a "Classic Albums" nel 1997: "Era un pezzo di America che era semplicemente più musicale. Non ho idea del perché, ma quando ci sono andato per la prima volta, avevo sedici anni e sono sceso dall'autobus in Arkansas, mi ha colpito subito. Si sentiva l'odore. Potevi sentire l'odore della musica. L'aria si poteva assaporare, si poteva sentire tutto. Subito ho detto: "Ho capito". È stata questa filosofia musicale che The Band e in particolare Robbie Robertson hanno impostato per ricreare i loro ricordi dei loro primi panorami, odori e sensi dell'America in canzoni come "Evangeline".

Robbie Robertson ha parlato di "Evangeline" in un'intervista con Joshua Baer di Musician Magazine, dicendo: "Avevo scritto "Evangeline" come parte della "The Last Waltz Suite". La facemmo nel concerto e facemmo anche alcune delle altre cose della suite al concerto. Ma quando abbiamo finito, è come se tutti questi artisti rappresentassero un elemento della musica popolare a loro modo. Emmylou Harris era fresca e rappresentava una nuova scuola di musica country e inoltre è molto fotogenica. Ha un ottimo rapporto con la macchina fotografica".

Alla domanda di Bauer sulla specifica scena ispirata alle nuvole in The Last Waltz, dove Harris sembrava un angelo che cantava accanto alla più mortale maestà di The Band, Robbie ha risposto: "Quel fumo era ghiaccio. Era ghiaccio che Scorsese aveva fatto per diversificare un po' la cosa. La canzone parlava di questa zona delle Everglades, quel bayou che visualizzi in modo nebbioso, quindi era in un certo modo in sintonia con la canzone".

L'autrice Annette Wernblad si è soffermata sull'uso del fumo da parte del regista in quella immortale scena dell'Ultimo Valzer nel suo libro, The Passion of Martin Scorsese: A Critical Study of the Films, quando scrisse: "In contrasto con le storie di furti, sputi di sangue, prostitute, bevute e droghe, Emmylou Harris appare radiosamente immacolata ed eterea con il suo abito lungo fino al pavimento e i lunghi capelli neri. La performance di Joni Mitchell [in The Last Waltz] suggeriva una donna stringata, completamente moderna, alla pari e che condivideva lo stesso stile di vita degli uomini. Emmylou Harris diventa l'antitesi a questo, invocando sia l'eponima Evangeline dei giorni passati che scivola nella follia, sia essendo lei stessa mostrata come una Madonna manifesta e senza tempo il cui abito azzurro è dello stesso colore di quello in cui è tradizionalmente rappresentata la Santa Vergine". "Evangeline" è uno di quei rari casi in cui l'immagine e il testo trascendono il tempo e danno vita a una performance memorabile catturata eternamente da Martin Scorsese in The Last Waltz.

Sapevate che "Evangeline" rimase quasi un capolavoro incompiuto? Levon Helm ha descritto la scena alla Winterland Ballroom di San Francisco, sede dell'ultima esibizione della band, scrivendo nel suo libro The Wheel's on Fire: "Era un manicomio dietro le quinte. Jerry Brown, governatore della California, voleva stringerci la mano. Abbiamo dovuto provare una nuova canzone chiamata "Evangeline" che Robbie aveva scritto solo la sera prima, perché dovevamo eseguirla nell'ultima parte dello spettacolo per la continuità del film. In effetti, il pezzo era ancora incompiuto, e Robertson e John Simon [il produttore e arrangiatore di The Band] erano rannicchiati in un angolo, cercando freneticamente di trovare un arrangiamento che potessimo suonare senza prove. Poi siamo riusciti a suonare "' Evangeline'' in una specie di "two-step" country, leggendo il testo su dei gobbi tenuti dietro le telecamere, ma la mancanza di prove ha davvero raccontato la storia".

Non si potrebbe mai dire che "Evangeline" è stata scritta il giorno della performance finale dell'ultimo spettacolo di The Band al Winterland. Il modo in cui Robertson ha scritto questa bellissima canzone ha evocato un'atemporalità che ha raggiunto la gloria di alcune delle canzoni più vintage di The Band da Music from Big Pink e dall'LP autointitolato The Band del 1969. Va anche detto che Robertson trovò ispirazione dal poeta americano Henry Wadsworth Longfellow, come ha notato Peter Viney, il cui poema epico del 1849 intitolato "Evangeline" menzionava anche "Evangeline from the Maritimes", raffigurata nella canzone già senza tempo di Robbie. Nonostante tutte le congetture sui crediti di songwriting che hanno perseguitato il lascito di The Band, "Evangeline" dimostra definitivamente, non c'è dubbio, che Robertson era l'autore e il custode della fiamma lirica di The Band.

Incredibilmente scritta nel 1976, giuro che si possono chiudere gli occhi e assaporare il profumo dei campi di cotone che soffia attraverso la dolcezza di questa gloria del sud. In "Classic Albums", lo studioso di musica Greil Marcus ha paragonato la musica di Robbie e The Band a un passaporto musicale, che riporta l'ascoltatore in un'America raramente sentita e ora portata in vita in modo così bello e così autenticamente affascinante che la musica spinge a mettere le cuffie e a vivere veramente questa avventura musicale. Cosa state aspettando? Fate girare questo tesoro già vintage che vi implora dal suo violino d'apertura di rivivere il leggendario splendore tra i fili di questa bellezza scritta da Robbie Robertson e che rimane il classico immediato che è "Evangeline".



Ella sta sugli argini del possente Mississippi

Sola nella pallida luce lunare

Aspettando un uomo, un giocatore d’azzardo sui battelli fluviali

Che disse sarebbe tornato stanotte

Erano soliti ballare il valzer sugli argini del possente Mississippi

Amandosi per tutta la notte

Il giocatore d’azzardo fuori per un colpaccio

E per riportarti il bottino

 

Evangeline, Evangeline

Maledice l’anima della “Regina del Mississippi”

Che ha portato via il suo uomo


Bayou Sam dalla Louisiana del Sud

Aveva il gioco d’azzardo nelle vene

Evangeline che veniva dalle Province Marittime del Canada

Stava lentamente impazzendo

In alto sulla cima di una collina di Noci

Stava tra fulmini e tuoni

Giù sul fiume, il battello stava affondando

Guardava quella “Regina” andare giù

 

Evangeline, Evangeline

Maledice l’anima della “Regina del Mississippi”

Che ha portato via il suo uomo

 

Evangeline, Evangeline

Maledice l’anima della “Regina del Mississippi”

Che ha portato via il suo uomo

mercoledì 4 dicembre 2019

Up On Cripple Creek


Attingendo alle radici musicali del gruppo – il Sud degli Stati uniti, il rock and roll americano, nonché il bluegrass e il country – la canzone è cantata dal punto di vista di un camionista diretto a Lake Charles, Louisiana, per stare con una ragazza del posto, Bessie, con la quale ha una storia. Nella canzone egli gioca d’azzardo, beve, ascolta musica e passa del tempo con la “piccola Bessie”, che assume un ruolo attivo negli eventi, esprimendo le sue opinioni, facendosi ulteriormente apprezzare dal narratore. Alla fine della canzone, reso esausto dalla strada percorsa, egli parla di tornare alla sua donna, definita “big mama”, ma la tentazione di ritornare da Bessie è forte. Potrebbe però anche non trattarsi di tradimento; i camionisti usavano il termine “Big Mama” per riferirsi ai propri spedizionieri parlando alla radio CB. All’inizio sta trasportando tronchi giù da una montagna e alla fine valuta le opzioni: tornare alla base per un nuovo carico o rivedere Bessie.

Robbie Robertson ha detto del brano: non ci occupiamo di gente altolocata, ci chiediamo chi abita quella casa là nel mezzo di quel campo? Che cosa pensa quel tizio, con quell’unica luce al piano di sopra e l’autocarro parcheggiato fuori? Sono queste le cose che mi incuriosiscono. Che succede in quei luoghi? E semplicemente seguire la storia di questa persona, che guida questi camion per tutta la nazione, e conosce questi personaggi che incontra nei suoi viaggi; semplicemente seguirlo con una telecamera è veramente ciò di cui parla questa canzone.
La voce principale è affidata a Levon Helm.





Quando sarò sceso da questa montagna, lo sai dove voglio andare?
Giù dritto lungo il fiume Mississippi, fino al Golfo del Messico
A Lake Charles, Louisiana, little Bessie, una ragazza che ho conosciuto
Mi disse di passare da lei, se c’era una qualunque cosa che potesse fare per me

Al settimo cielo lei mi manda
Se ho qualche problema lei mi guarisce
Non ho bisogno di parlare, lei mi difende
Un sogno da ubriacone, se mai ne ho visto uno

La buona sorte mi aveva appena colto, andai alle corse
Lei scommise su un cavallo vincente, io su un altro piazzato
I pronostici erano a mio favore, davano il cavallo cinque a uno
Quando quel ronzino vincente arrivò lungo la pista, fu bell’e sicuro che aveva vinto lei

Alla fine presi tutte le mie vincite, e diedi la metà a Bessie
E lei le strappò gettandomele in faccia, tanto per ridere
Ora, c’è una sola cosa in tutto il mondo intero, che di sicuro vorrei vedere
È quando quel dolce mio amore inzuppa la sua ciambella nel mio tè

A quel punto io e la mia compagna tornammo alla baracca, c’era Spike Jones alla tele
Lei disse, “non mi piace come canta, ma amo sentirlo parlare”
Quello fece proprio palpitare il mio cuore, lo sentii fino in fondo ai piedi
E imprecai e feci un altro tiro, la mia Bessie è imbattibile

Ora c’è una tempesta in California e su al Nord si gela dal freddo
E questa vitaccia sulla strada sta durando da troppi anni
Bé, suppongo che chiamerò “big mama”, per dire che arriverò
Ma sai, nel profondo, sono piuttosto tentato
Di tornare a trovare la mia Bessie.


mercoledì 10 aprile 2019

Whispering Pines


Una ballata sulla solitudine incisa da “The Band” per il loro album omonimo del 1969. Mentre la musica fu opera di Richard Manuel, Robertson scrisse il testo appositamente per il pianista stesso, che ne dà un’interpretazione vocale sensibile e vulnerabile, arricchita dal controcanto di Levon Helm.



Se mi trovi in un’oscura depressione, o mi cogli in un sogno
Dentro alla mia stanza desolata, non c’è via di mezzo
Pini che sussurrano, la marea che sale
Se solo una stella brilla
È appena sufficiente a entrare
Aspetterò fino a che tutto ruota
Quando tu sei in vista, si ritrova quello che era perduto
Una sirena da nebbia attraverso la notte, chiama verso il mare
Proteggi la mia sola luce, perché lei una volta apparteneva a me
Lascia che le onde si affrettino, lascia che i gabbiani gridino
Perché se vivo ancora, queste speranze non moriranno mai
Percepisco che sei qui
Ma non ti vedo in nessun luogo


Stando presso il pozzo
Bramando la pioggia
Allungandosi verso le nuvole
Perché non rimane niente altro
Alla deriva in uno stato di stordimento, quando la sera sarà terminata
Cercando di guardare attraverso una nebbia
Verso una casa vuota, nel freddo, freddo sole
Aspetterò fino a quando tutto ruota
Alla vista di te, quel che era perso è ritrovato



mercoledì 4 aprile 2018

Acadian Driftwood


La canzone racconta la deportazione delle popolazioni francesi della regione dell'Acadia (che comprende le attuali province marittime del Canada, Nuova Scozia, New Brunswick, Isola del Principe Edoardo e parte del Quebec) a seguito della guerra tra Francia e Inghilterra.

Alcuni Acadiani furono costretti ad emigrare verso le colonie inglesi della costa orientale del Nordamerica, altri furono imprigionati in Inghilterra. Le famiglie furono spesso separate. Molti morirono d'epidemia o di privazioni durante l'esodo. Dopo il trattato di Parigi del 1763 alcuni acadiani partirono verso la colonia francese della Louisiana (dove diventarono i fondatori della cultura cajun) e altri si rifugiarono in Francia, soprattutto a Belle-Île-en-Mer.

La deportazione degli Acadiani è stata anche descritta nel poema di Henry Longfellow “Evangeline”, che ha fornito ispirazione a Robertson anche per la canzone omonima.

Come spesso nelle sue canzoni, le vittime della narrazione sono i protagonisti; egli sostiene che la sostanza della Storia sia rappresentata dalla gente comune travolta dagli avvenimenti, non da politici, guerrieri o nababbi. Sotto questo punto di vista Virgil Caine (il protagonista di “The Night They Drove Old Dixie Down”) e l’Acadiano senza nome si somigliano nel loro essere testimoni parziali ma del tutto credibili, attestando nel contempo un livello di pensiero storico difficilmente riscontrabile in autori di musica rock.

La vicenda, narrata a volte in prima persona, a volte in terza, è ancora più rafforzata dal metodo consueto del gruppo di affidare il canto alle tre voci disponibili, le quali si alternano nella descrizione di eventi e di sentimenti; rendendo il risultato ancora più efficace.

[Vedi anche l'esaustivo articolo di Peter Viney: "Acadian Driftwood"]






La guerra era finita
E lo spirito infranto
Saliva fumo dalle colline
Mentre gli uomini si ritiravano
Stavamo ritti sulle scogliere
Oh e guardavamo le navi
Affondare lentamente verso il loro appuntamento

Un trattato fu firmato
E le nostre case confiscate
Gli amati abbandonati,
non gliene importava nulla.
Provi a tirare su una famiglia
Ti ritrovi a essere un nemico
In seguito a quanto avvenne alla Piana di Abraham

Legname acadiano, trasportato dalla corrente
Vento zingaro in poppa
Chiamano la mia casa
Il paese della neve
Fronte freddo canadese
In avvicinamento
Che maniera di viaggiare
Oh che modo di andare

Poi alcuni ritornarono
Alla madre patria
L’alto comando
Li aveva scartati
Alcuni rimasero
Per terminare ciò che avevano iniziato
Non si separarono mai
Sono semplicemente fatti così

Avevamo parenti che vivevano
A sud del confine
Erano un po’ più anziani
Ed erano disponibili
Scrissero in una lettera
La vita è molto meglio
E allora levate le tende, figlioli
E venite giù

Legname acadiano, trasportato dalla corrente
Vento zingaro in poppa
Chiamano la mia casa
Il paese della neve
Fronte freddo canadese
In avvicinamento
Che maniera di viaggiare
Oh che modo di andare

Quindici sotto zero, quando la giornata diviene una minaccia
I miei abiti erano bagnati
Ed ero infradiciato fino al midollo
Poi fuori a pescare nel ghiaccio, mmm,
troppa monotonia per un uomo
fa venire voglia di lasciare
l’unica casa che ha conosciuto

Navigammo uscendo dal Golfo
Prua verso St. Pierre
Niente da dichiarare
Tutto quello che avevamo è andato
Scoppiammo a piangere lungo la costa, oh
Quel che più ci ferì
fu quando la gente là ci disse
“Sarà meglio che continuiate il viaggio”

Legname acadiano, trasportato dalla corrente
Vento zingaro in poppa
Chiamano la mia casa
Il paese della neve
Fronte freddo canadese
In avvicinamento
Che maniera di viaggiare
Oh che modo di andare

Estate infinita
Piena di malcontento
Questo governo
Ci ha trattati come schiavi
Questo non è il mio terreno
Questa non è la mia stagione
Non mi viene in mente un solo buon motivo
Per restare oh

Lavorammo nelle piantagioni di canna da zucchero
A nord di New Orleans
Andò tutto bene, fino alle inondazioni
Puoi chiamarlo un presagio
Ti indica la direzione
Diressi la bussola a Nord
Avevo l’inverno nel sangue

Legname acadiano, trasportato dalla corrente
Vento zingaro in poppa
Chiamano la mia casa
Il paese della neve
Fronte freddo canadese
In avvicinamento
Che maniera di viaggiare
Oh che modo di andare

Sais tu, Acadie j'ai le mal do pays
Ta neige, Acadie, fait des larmes au soleil
J'arrive Acadie, teedle um, teedle um, teedle oo
J'arrive Acadie, teedle um, teedle um, teedle oo
J'arrive Acadie, teedle um, teedle um, teedle oo
J'arrive Acadie, teedle um, teedle um, teedle oo
J'arrive Acadie, teedle um, teedle um, teedle oo

[Lo sai Acadia, ho nostalgia di casa, la tua neve, Acadia, forma lacrime al sole, sto arrivando, Acadia]

mercoledì 12 luglio 2017

It Makes No Difference

Per il fatto che i loro primi tre album furono così indiscutibilmente riusciti e avendo avuto uno iato di quattro anni nei settanta in cui non incisero canzoni originali, The Band a volte vengono etichettati come uno di quei gruppi la cui musica più tarda è carente rispetto al primo materiale. Un punto di vista che trascura il brillante lavoro licenziato su  Northern Lights-Southern Cross nel 1975, una sorta di canto del cigno per i cinque componenti originali (il disco Islands del 1977 non fu altro che un mero adempimento contrattuale), che fondeva con grazia tutti gli elementi unici e differenti che li rendevano così particolari.

C’era comunque una svolta nel modo di agire. Sugli album precedenti, il principale compositore Robbie Robertson non aveva mai dedicato troppo tempo alle tradizionali canzoni sull'amore perduto, preferendo attenersi a storie animate da personaggi o a esplorazioni penetranti della storia americana. Finalmente cedette su Northern Lights-Southern Cross con “It Makes No Difference” arrivando a scrivere uno dei brani spezza-cuore più devastantemente belli nella storia del rock and roll.

 “Pensavo alla canzone in termini di un’affermazione che il tempo cura tutte le ferite,” raccontò Robertson intervistato da Robert Palmer ai tempi della pubblicazione della canzone. “Eccetto in alcuni casi, e questo era uno di quei casi.” Ma con The Band scrivere la canzone era solo metà dell’opera. Con tre brillanti cantanti a disposizione, scegliere tra Richard Manuel, Levon Helm, e Rick Danko non era mai un compito semplice, sebbene in effetti qualunque fosse la scelta non si poteva sbagliare.

Danko ottenne l’incarico, e la sua prestazione emozionante, colma di note vacillanti e di abbandono spericolato, è l’impersonificazione sbalorditiva di un uomo condotto all'estremità della sua catena dall'assenza del proprio amore. Nell'interpretazione si avvale dell’aiuto dei suoi compagni, che forniscono una performance tipicamente intuitiva. Le note del sassofono di Garth Hudson, imponenti ma tristi, suonano come se avesse accettato la sconfitta, mentre la delirante chitarra di Robertson non è ancora pronta alla resa.

Le metafore e similitudini di Robertson sono semplici ma efficaci nel mostrare il tormento interiore del narratore. Nel bridge l’immaginario diviene più catastrofico, tutto sale vuote e mandrie in fuga. Alla chiusura della canzone, Danko dà sfogo ai versi finali con la disperazione che cola da ogni parola: “Well I love you so much and it’s all I can do/Just to keep myself from telling you.” A quel punto, ironicamente, si uniscono a lui I suoi bravi compari Helm e Manuel armonizzando empaticamente per il colpo di grazia: “That I never felt so alone before.”

Nessuno ha fatto meglio di The Band nella grandeur malinconica, e non c’è argomento più adatto a tale trattamento che l’amore perduto, per cui sarebbe stato stato deludente se “It Makes No Difference” non avesse avuto quest’ottima riuscita. Potete esservici trovati, nel qual caso l’eloquente tormento di Robertson vi sembrerà dolorosamente familiare, oppure no, e allora l’impavido canto di Danko servirà come comunicato di pubblica utilità sui meriti di rimanere legati a una cosa buona per salvarsi la vita.

Scritto da Jim Beviglia






E non fa differenza, da che parte io mi volti
Non riesco a lasciarti alle spalle e la fiamma ancora brucia
Non fa differenza, che sia notte o giorno
L’oscurità sembra non dissolversi mai

E il sole non splende più
E la pioggia cade sulla mia porta

Non c’è amore
Così autentico come l’amore
Che muore non detto
Ma le nubi non sono mai state così basse prima

Non fa differenza, quanto lontano io vada
Come una cicatrice dolente, si mostrerà sempre
Non fa differenza, chi incontro
Sono solo volti nella folla
In una strada senza uscita

E il sole non splende più
E la pioggia cade sulla mia porta

Queste vecchie lettere d’amore
Non posso proprio tenerle
Perché come dice il giocatore d’azzardo
Leggile e piangi
E l’alba non viene più a salvarmi

Senza il tuo amore non sono assolutamente niente
Come un salone vuoto, è una caduta solitaria
Da quando sei andata, è una battaglia persa
Una mandria imbizzarita
Fa sbattere le mura

E il sole non splende più
E la pioggia cade sulla mia porta

Ti amo così tanto
È tutto ciò che posso fare
Semplicemente trattenermi dal dirti
Che non mi sono mai sentito così solo prima


mercoledì 1 marzo 2017

Stage Fright

La paura del palcoscenico. Anche chi dovrebbe essere immune dopo tante esibizioni non è detto che non ne soffra. Qui il brano di The Band descrive un caso esemplare, e ci si può chiedere se il testo fosse riferito a uno di loro in particolare. Certo che quando in “The Last Waltz” il cono aguzzo del riflettore termina proprio su Rick Danko che sta cantando “He got caught in the spotlight” il dubbio è più che giustificato, oppure è solo un momento di grande cinema. Ma la canzone era già di per sé un film, anche prima che Scorsese la esaltasse con le sue immagini.




Paura del palco

Nel profondo del cuore di un ragazzo solitario
Che ha sofferto così tanto per ciò che ha fatto,
hanno donato a questo bracciante la sua fortuna e fama
da quel giorno non è più stato lo stesso.

Vedi l’uomo con il terrore del palcoscenico
Stare lì in piedi per donare tutto il suo potere
Ed è rimasto catturato dal riflettore
Ma quando arriviamo alla fine
Vuole ricominciare tutto da capo.

Ho l’alito che sa di acquavite
E il medico mi ha avvertito che potrei ammalarmi.
Mi ha detto “puoi farlo con il tuo travestimento,
basta che non mostri mai la paura che hai negli occhi”.

Vedi l’uomo con il terrore del palcoscenico
Stare lì in piedi per donare tutto il suo potere
Ed è rimasto catturato dal riflettore
Ma quando arriviamo alla fine
Vuole ricominciare tutto da capo.

Ora se dice che ha paura
Prendilo in parola.
E in cambio del prezzo che il povero ragazzo ha pagato,
riesce a cantare proprio come un usignolo, oh, ooh ooh ooh.

Hai la fronte sudata e la bocca che si secca
Un pubblico di bella gente si sta accumulando
Il momento della verità e vicino
Ancora un incubo da sopportare

Vedi l’uomo con il terrore del palcoscenico
Stare lì in piedi per donare tutto il suo potere
Ed è rimasto catturato dal riflettore
Ma quando arriviamo alla fine
Vuole ricominciare tutto da capo.

Vuoi provarci ancora una volta
Per favore non fatelo fermare
Lasciatelo arrivare alla vetta
Lasciatelo ricominciare ancora da capo.

mercoledì 11 gennaio 2017

Life Is A Carnival

Dopo il successo indiscusso dei primi due dischi e quello moderato del terzo, il quarto album pubblicato da The Band nel 1971, “Cahoots” venne accolto all’epoca con una certa freddezza. Pur sottovalutato, contiene comunque alcune grandi canzoni come questa “Life is A Carnival”. La musica con lo straordinario arrangiamento scritto per i fiati da Allen Toussaint si attanaglia perfettamente al testo in cui Robertson intende descrivere il trambusto e la stramberia della vita da strada dei girovaghi. Da ragazzo infatti il chitarrista canadese lavorò nel circuito dei luna  park viaggianti, esperienza che caratterizzò la sua visione “Americana”, influenzando canzoni come la presente e “The W.S. Walcott Medicine Show” su Stage Fright, per poi culminare nel ruolo attoriale che rivestì in Carny, pellicola del 1980 ambientata proprio nel mondo dei “Carnival” statunitensi.



Puoi camminare sulle acque, affogare nella sabbia
Puoi volare via dalla cima di una montagna, se qualcuno può farlo
Scappa via, scappa via, è l’età irrequieta
Distogli lo sguardo, distogli lo sguardo, puoi voltare pagina

Hey, amico, vuoi comprare un orologio, costa pochissimo
Qui in strada
Ne ho sei per ogni braccio e altri due ai piedi

La vita è un luna park, che tu ci creda o no
La vita è un luna park, un quarto di dollaro al colpo

Vidi un uomo con una scalogna di terzo grado
Dal cercare di fare i conti con persone, persone che non si vedono
Porta via, porta via, questa Casa degli Specchi
Dai via, dai via tutti i souvenir

Siamo tutti nella stessa barca, pronta ad avanzare oltre il margine del mondo
Il vecchio mondo piatto
La strada è un baraccone, dal venditore ambulante alla prostituta

La vita è un luna park, è scritto nel libro
La vita è un luna park, dai un’altra occhiata

Hey, amico, vuoi comprare un orologio, costa pochissimo
Qui in strada
Ne ho sei per ogni braccio e altri due ai piedi

La vita è un luna park, che tu ci creda o no
La vita è un luna park, un quarto di dollaro al colpo

mercoledì 8 giugno 2016

King Harvest (Has Surely Come)

King Harvest (Has Surely Come) è una canzone del gruppo canadese The Band, apparsa originariamente come ultima traccia del loro secondo, eponimo, album.
Oltre a contraddistinguersi per un approccio musicale molto radicato, pur nella sua originalità, nella tradizione rurale, il gruppo spesso sceglieva temi che riportavano a periodi passati della storia americana, come la guerra di secessione o la grande depressione, utilizzando punti di vista anche inusuali. In questo testo un agricoltore in miseria, senza nome, racconta in brevi flashback la sua storia di disgrazie: dopo il mancato raccolto dovuto alla siccità e l’incendio della fattoria, finisce a vivere come un barbone. È a quel punto che si presenta un attivista dei sindacati, promettendo di migliorare la sua situazione
La canzone, come altre di Robbie Robertson, ha una scrittura cinematografica, qualità che lo stesso autore asseriva di perseguire nella composizione in quegli anni. La struttura della canzone è insolita; i versi sono energici, mentre i ritornelli sono più tranquilli e sognanti - forse per riflettere la speranza incerta che il sindacato infonde al protagonista - e riportano sempre a immagini della natura, della promessa del raccolto, laddove le strofe sono invece più descrittive e realistiche.




Grano nei campi
Ascolta il riso quando il vento soffia  sull’acqua
Il Re Raccolto è sicuramente arrivato

Lavoro per il sindacato
Perché è così buono con me
E sono destinato a essere un vincente
È questo che dicono dovrei essere
Ascolterò ogni parola che il capo dovesse dire
Perché è lui che mi passa la paga
Sembra che questa volta potrò rimanere
Sono un uomo del sindacato ora, a tempo pieno
Hey uomo della pioggia, riesci a sentirmi?
Ti prego fai crescere alte queste piante

L’odore delle foglie
Dagli alberi di magnolia nel prato
Il Re Raccolto è sicuramente arrivato

Estate secca, poi viene l’autunno
Dal quale più di tutto dipendo
Hey uomo della pioggia, riesci a sentirmi?
Ti prego, fai crescere alte queste piante

Per troppo tempo sono stato sotto i ponti
E si vede chiaramente, non ho nulla da mostrare
Son contento di pagare questi contributi al sindacato
Ma non giudicarmi dalle mie scarpe

Lo spaventapasseri e una luna gialla
E molto presto una festa ai margini della città
Il Re Raccolto è sicuramente arrivato

L’anno scorso, in questo periodo, non fu uno scherzo
Tutta la fattoria mi andò in fumo
Il mio cavallo Jethro, impazzì
E non posso neanche ricordare le cose andare così male
Poi arrivò un uomo con un foglio e una penna
Dicendoci che i nostri tempi duri stavano per finire
E che se non ci danno quel che vogliamo
Disse “Gente, è quello il momento di entrare in sciopero”

Grano nei campi
Ascolta il riso quando il vento soffia  sull’acqua

Il Re Raccolto è sicuramente arrivato