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martedì 20 maggio 2025

Brown Eyed Women

Traduzione di un testo di David Dodd dedicato alla canzone:

“Brown-Eyed Women”, una canzone di Garcia-Hunter, fu suonata per la prima volta il 23 agosto 1971 all'Auditorium Theater di Chicago, circa un mese prima dell'uscita del doppio album dal vivo dei Grateful Dead, noto anche come Skull and Roses. L'ultima volta che la band l'ha suonata è stato il 6 luglio 1995 al Riverport Amphitheatre di Maryland Heights, nel Missouri, il che ha fatto sì che non l'abbiano suonata a Chicago per due giorni: sarebbe stata una simmetria interessante. E apparve sull'album Europe '72, insieme alla maggior parte del resto del gruppo di nuove canzoni. Sull'album era intitolata erroneamente “Brown-Eyed Woman”, un errore che ci volle un po' per correggere. Fu suonata in concerto 347 volte.

Come “Jack Straw”, “Brown-Eyed Women” è ambientato in gran parte nell'epoca della Grande Depressione. Racconta la storia di una famiglia che vive in una baracca fatiscente nella mitica Contea di Bigfoot, da qualche parte sulle colline, dove la famiglia lavora la terra e il padre, Jack Jones, produce whisky di contrabbando.Jack era un donnaiolo in gioventù, ma quei giorni sono passati. Si tratta di una storia abbastanza semplice, che racconta di come ci si arrangia in tempi difficili, in cui la madre, Delilah Jones, partorisce otto figli maschi (non vengono menzionate le femmine, ma una prima versione, del 24 agosto 1971 - la seconda esecuzione della canzone - parla di 13 figli in tutto), di cui quattro appartengono a due coppie di gemelli. Si tratta di una coppia la cui attrazione reciproca è chiaramente forte, e di una donna che ha fatto ampiamente la sua parte per quanto riguarda figli e allevamenti. E quando lei muore, durante una tempesta di neve che fa crollare il tetto della casa di famiglia, Jack Jones è devastato e non è più lo stesso.

C'è qualcosa di silenziosamente potente nel ponte che racconta questa tragedia, con la frase culminante: “e il vecchio non fu più lo stesso”. È un sentimento che risuona in chiunque di noi abbia perso una persona cara, soprattutto un compagno di vita. O in chiunque di noi abbia visto un genitore perdere un partner, come è successo a me quando è morta mia madre, e in effetti il mio vecchio non fu più lo stesso: sembrava distrutto dalla perdita e credo che abbia accolto con favore la sua morte quando è arrivata. Forse questa è una storia troppo personale, ma mi viene in mente quando penso a questa canzone: quando mio padre incontrò il suo pastore dopo la morte di mia madre, chiese come funzionava la faccenda del paradiso e della resurrezione. La mamma sarebbe stata subito in cielo, a guardare giù, e avrebbe aspettato l'arrivo di papà, o sarebbero risorti entrambi insieme a tutti i morti quando sarebbe avvenuta la risurrezione? In altre parole, la sua unica preoccupazione teologica era: “Quando rivedrò Suzy? E lei è in cielo adesso, o arriveremo entrambi contemporaneamente più tardi?

Credo che sia il fatto che Jack non sia mai stato più lo stesso dopo aver perso Delilah a renderci più capaci di apprezzarlo, di entrare per un attimo nei suoi panni e di essere in grado, grazie a questa empatia o simpatia, di capire qualcosa della vita che Jack Jones conduceva, producendo moonshine per superare la Depressione - o per superare la sua personale depressione dopo la perdita di Delilah.

I versi della canzone che la collocano perfettamente nel periodo cronologico sono i riferimenti all'inizio del proibizionismo - “1920 when he stepped to the bar” - e al crollo di Wall Street della fine del 1929 - “1930 when the Wall caved in”. (Il che mi fa sempre pensare a “Greatest Story Ever Told”, con la battuta: “Non puoi chiudere la porta quando il muro è crollato"). Il proibizionismo fu abrogato nel 1933, ma l'arte della produzione di whisky nei boschi era ormai consolidata e sicuramente continua ancora oggi.

Ci sono molti altri Jack e un'altra Dalila (insieme a una Delia, che sembra essere vicina) nel repertorio delle canzoni dei Grateful Dead. Adoro questo aspetto delle canzoni dei Grateful Dead: tutti i nomi dei personaggi. Ma Jack viene fuori ripetutamente. Un giorno dovrebbe esserci un piccolo saggio su tutti i Jack, da Jack Straw al Jack a cui viene chiesto di non dominare la conversazione, a Jack di Jack e Jill, a Wolfman Jack, a Jack lo Squartatore, a Jack-a-Roe. Sicuramente più di un poker in una mano di jack.

Un'altra storia, che ancora una volta, data l’impostazione “per tutte le età” di questo blog, non devo raccontare per intero, ha a che fare con un'occasione che ha visto come protagonisti una bottiglia di granatina e una certa ragazza dagli occhi castani.

By David Dodd (Dead.net


 

Sono finiti i giorni in cui quando il bue cadeva a terra,

Si prendeva il giogo e si aravano i campi tutto intorno.

Sono finiti i giorni in cui le signore dicevano: “Per favore,

gentile Jack Jones, non vorresti venire da me?”.

 

                Donne dagli occhi castani e granatina rossa,

                La bottiglia era impolverata ma il liquore era pulito.

                Il suono del tuono con la pioggia che cadeva a dirotto,

                E sembra che il vecchio si stia riprendendo.

 

1920 quando si avvicinò al bar,

bevve fino all'ultima goccia della brocca di whisky.

1930 quando la borsa crollò,

si guadagnò da vivere vendendo gin torcibudella.          

 

Delilah Jones era madre di gemelli,

Due volte e il resto erano peccati.

Ha cresciuto otto ragazzi, solo io sono diventato cattivo,

Non ho avuto le botte che hanno avuto gli altri.              

 

                Una baracca diroccata nella contea di Big Foot.

                Nevicava così forte che il tetto crollò.

                Delilah Jones andò a incontrare il suo Dio,

                e il vecchio non fu più lo stesso.

 

Papà faceva il whisky e lo faceva bene.

Costava due dollari e bruciava da morire.

Ho tagliato il legno solo per accendere l'alambicco,

Bere una bottiglia ed essere pronto a uccidere.              

 

Sono andati i giorni in cui quando il bue cadeva a terra,

Si prendeva il giogo e si aravano i campi tutto intorno.

Sono finiti i giorni in cui le signore dicevano: “Per favore,

gentile Jack Jones, non vorresti venire da me?”.

               

domenica 13 ottobre 2024

Dire Wolf

“Dire Wolf” è una ballata dei Grateful Dead, pubblicata come terza traccia dell'album Workingman's Dead del 1970. Il testo è stato scritto da Robert Hunter dopo aver visto un adattamento cinematografico del romanzo  Il mastino dei Baskerville. La musica, contenente elementi di musica country e folk, fu composta da Jerry Garcia lo stesso giorno. La canzone racconta la storia di un uomo che gioca a carte con un “lupo cattivo” in una fredda notte d'inverno a “Fennario”. Il lupo della storia è un canis dirus, un canide estinto, originario del Nord America e vissuto nel pleistocene, affine al lupo grigio.

Secondo lo stesso Hunter, come riportato nella pubblicazione Annotated Grateful Dead Lyrics, lui e Garcia stavano speculando sull'identità del cane della storia, e gli venne l'idea che potesse essere un canis dirus. Hunter scrisse il testo la mattina successiva, basandosi sulle immagini che la frase gli evocava, e Garcia scrisse la musica più tardi, quello stesso giorno.



Nei boschi cedui di Fennario, i lupi circolano

L’inverno era così duro e gelido, che il terreno ghiacciava fino a tre metri sotto

Non mi ammazzare, ti prego, non mi ammazzare

Per favore non mi ammazzare

 

Mi sedetti per la cena, era una bottiglia di Bourbon

Dissi le mie orazioni e andai a letto, l’ultima cosa che mi videro fare

Non mi ammazzare, ti prego, non mi ammazzare

Per favore non mi ammazzare

 

Quando mi destai, il Lupo, seicento libbre di peccato

Con un ghigno alla mia finestra, dissi semplicemente vieni dentro

Non mi ammazzare, ti prego, non mi ammazzare

Per favore non mi ammazzare

 

Il Lupo entrò, avevo le mie carte, ci sedemmo per una partita

Tagliai il mazzo pescando la Regina di Picche, ma le carte erano tutte uguali

Non mi ammazzare, ti prego, non mi ammazzare

Per favore non mi ammazzare

 

Nella risacca di Fennario, il nero e maledetto pantano

Il Lupo riscuote quanto gli è dovuto, mentre i ragazzi cantano intorno al fuoco

Non mi ammazzare, ti prego, non mi ammazzare

Per favore non mi ammazzare

Non mi ammazzare, ti prego, non mi ammazzare

Per favore non mi ammazzare

 

 

 

 

lunedì 24 giugno 2024

Fire on the Mountain

Traduco un articolo di David Dodd, pubblicato su Dead.net

Questa è un'altra di quelle canzoni la cui genesi ha una storia lunga e complicata, di cui forse non vale la pena entrare troppo nei dettagli in questa sede, ma di cui è importante notare almeno i contorni. Il testo, secondo quanto riportato da Robert Hunter in Box of Rain, è stato "scritto nel ranch di Mickey Hart in preda a un'accesa ispirazione, mentre le colline circostanti bruciavano e il fuoco si avvicinava allo studio di registrazione dove stavamo lavorando".

Hart, accreditato per la musica della canzone, ne ha registrato una versione proto-rap per un album inedito intitolato Area Code 415, registrato nel 1972 e nel 1973. È stata anche inclusa in un album di Mickey Hart intitolato Fire on the Mountain, registrato nel 1973-74. Appare come strumentale intitolato "Happiness is Drumming" nell'album in studio di Hart del 1976, Diga. Infine, iniziò a comparire nel repertorio dei Grateful Dead, cantata da Jerry Garcia, nel 1977, subendo numerose varianti del testo fino a raggiungere la forma che fu infine registrata e pubblicata su Shakedown Street, nel novembre 1978. Ci sono molti altri dettagli che non ho menzionato, che forse meriterebbero uno storico che li smonti pezzo per pezzo, ma l'idea è chiara.

Il 18 marzo 1977 alla Winterland Arena di San Francisco. "Fire" apparve per la prima volta, a chiusura del primo set, seguendo la sua eterna compagna "Scarlet Begonias". Questa combinazione di brani, che spesso racchiudeva una splendida jam, divenne nota come "Scarlet Fire". Ci furono alcune occasioni in cui "Fire" apparve senza "Scarlet Begonias", ma non molte. Ne conto 15 su un totale di 253 esecuzioni. Da quel momento in poi rimase costantemente in repertorio e fu suonata per l'ultima volta il 2 luglio 1995 al Deer Creek Music Center di Noblesville, Indiana.

L'I Ching contiene un esagramma, il n. 56, intitolato alternativamente "Il viaggiatore", "Il viaggio", "Lo straniero" e così via. È rappresentato dai due trigrammi del fuoco e della montagna, con il fuoco che poggia sulla montagna. Nel corso degli anni ho ricevuto parecchie e-mail con interpretazioni convincenti di come questo si applichi o possa applicarsi ai Dead, o alla scena, o alla politica mondiale, o al cammino spirituale individuale della persona che scrive l'e-mail, e sinceramente penso che questi siano tutti modi validi di guardare all'esagramma, nel contesto di questa canzone.

D'altra parte, "Fire on the Mountain" è anche un verso di una filastrocca (una fonte frequente per molti versi dei testi dei Grateful Dead), un motivo di violino, il titolo di un libro di Edward Abbey, e così via.

La canzone è un'altra della lunga serie di racconti ammonitori dei Grateful Dead - è divertente pensare a cosa potrebbe essere successo nella canzone. Data la nota esplicativa di Hunter sulle circostanze in cui è stato scritto il testo, potrebbe essere visto come un commento piuttosto diretto sul coraggio o la follia di fare musica mentre un incendio ti sta attaccando. Ma, naturalmente, Hunter ricontestualizza tutto al volo, e wham! - la canzone diventa qualcosa di diretto, in modo inaspettato, a ciascuno di noi, o a noi collettivamente: come mai facciamo sempre le stesse cose quando il disastro è alle porte? Oppure, la canzone diventa rivolta, ancora una volta, come discusso in un post precedente su "Wharf Rat", a Garcia da parte di Hunter. "Hai dato tutto quello che avevi, perché vuoi dare di più?

L'orecchiabile figura ritmica della canzone è un perfetto contorno per il giocoso lavoro della chitarra di Garcia, che si snoda tra le battute. Negli assoli tra i ritornelli Garcia può urlare, ballare o fare entrambe le cose contemporaneamente. E suppongo che tutti noi stessimo facendo lo stesso, proprio insieme a lui. E il suo modo di recitare i testi sembrava praticamente una serietà mortale. L'intera performance può sembrare quella di un profeta che dà notizie terribili. Eppure, balliamo. E balliamo.

Quindi, ascoltate: credo che la band stia cercando di dirci qualcosa.



Corridore di lunga distanza, che cosa stai lì a fare?

Alzati, esci, esci dalla porta

Stai suonando musica fredda sul pavimento del bar

Affogato nelle tue risate e morto fino al midollo

C'è un drago con fiammiferi che è libero in città

Ci vuole un intero secchio d'acqua solo per raffreddarlo

 

Fuoco! Fuoco sulla montagna

 

Quasi in fiamme, ma ancora non senti il calore

Ci vuole tutto quello che hai solo per rimanere sul ritmo

Dici che è la vita, tutti dobbiamo mangiare

Ma tu sei qui da solo, non c'è nessuno che possa competere

Se la misericordia è un business, la auguro a te

Più che soltanto cenere quando i tuoi sogni si avverano

Fuoco! Fuoco sulla montagna

 

Corridore di lunga distanza, cosa stai aspettando?

Catturato al rallentatore in una corsa verso la porta

La fiamma del tuo palcoscenico si è ora estesa al pavimento

Hai dato tutto quello che avevi, perché vuoi dare di più?

Più si dà, più ci vorrà

Fino alla linea sottile oltre la quale non si può davvero fingere

Fuoco! Fuoco sulla montagna


sabato 25 febbraio 2023

Uncle John's Band

Di David Dodd, dal sito: www.dead.net

In diverse comunità degli Stati Uniti, quest’anno, intere città e contee stanno partecipando all’evento “Big Read”, e in tali occasioni capita che vengano lette poesie di Emily Dickinson. Qui dove io vivo, Sonoma County, California, il mese di Marzo quest’anno è dedicato proprio a Emily Dickinson.

L’autrice scrisse questi versi nella sua poesia catalogata al numero 478:

I had no time to Hate -                        Per l’Odio non avevo tempo
Because                                               Perché
The Grave would hinder Me -            La Tomba mi era d’impaccio –
And Life was not so                            E la Vita non era tanto
Ample I                                               Ampia da poter
Could finish - Enmity -                       Portare a termine – l’Inimicizia –

Nor had I time to Love -                     Neanche per l’Amore avevo tempo –
But since                                             Ma dato che
Some Industry must be -                     In qualcosa bisogna pur Industriarsi –
The little Toil of Love -                       La piccola Fatica dell’Amore –
I thought -                                           M’è parsa
Be large enough for Me –                   Abbastanza grande per Me –

(traduzione di Riccardo Duranti)

Ain’t no time to hate. Barely time to wait. And, where does the time go, anyway?

Non ho tempo per odiare. A malapena ho tempo di aspettare. E, in ogni modo, dove va il tempo?

“Uncle John’s Band” è una di quelle composizioni a firma Robert Hunter / Jerry Garcia che comprendono uno spazio sufficientemene grande da considerare l’universo, e le nostre vite nell’universo – o meglio sembra essere un universo essa stessa. Dai versi di apertura, che possono agire sia da avvertimento sia da incoraggiamento, fino al suo gentile invito “vieni con me”, la canzone risuona nelle nostre vite con una certa continuità, se lo vogliamo.

Hunter il cantastorie può anche essere Hunter l’aforista—colui che crea brillanti frasette  a doppio taglio che ci aiutano e ci perseguitano mentre attraversiamo le nostre vite barcollando. Come accade in Shakespeare, le sue frasi possono essere facilmente estrapolate dal loro contesto e usate come motti o ammonimenti; rassicurazioni o affermazioni ardite, a seconda delle necessità di un dato momento. Forse avete provato l’esperienza di sentire un verso di Hunter in un modo nuovo, in una forma calzante a quel particolare momento o evento nella vostra vita. A me è successo molte volte – un verso improvvisamente mi salta addosso e mi angoscia, o mi abbraccia, o mi stupisce in un modo nuovo.

“Uncle John’s Band” è uno di quei testi completamente aperti che hanno offerto molte interpretazioni (inclusa una meravigliosamente faceta dello stesso Hunter – qualcosa riguardante formiche da circo ammaestrate, mi pare di ricordare …).  Uno dei momenti di maggior fierezza come chiosatore di testi dei Grateful Dead fu quando ricevetti una e-mail da Hunter che mi diceva di come fossi assolutamente nel giusto nella direzione scelta per le mie note ad “Uncle John’s Band.” Fu quando stavo esplorando le possibili origini della canzone nell’opera e nei componenti dei New Lost City Ramblers, la meravigliosa band d’altri tempi di cui facevano parte Mike Seeger, John Cohen, e Tom Paley. “Uncle John” era un soprannome di Cohen, e Hunter e Garcia erano ambedue ammiratori che videro la band suonare diverse volte.

Blair Jackson una volta scrisse qualcosa sull’impressione che “Uncle John’s Band” è la canzone. Ho pensato molto a tale affermazione nel corso degli anni, e penso di sapere che cosa intendeva. Quando i Dead la suonavano, la folla giungeva a una coesione incredibile. Eravamo dentro a quella band: stavamo arrivando per ascoltare la band di Uncle John sulla riva del fiume. Amavamo quando le parole venivano sbagliate, e poi il verso “come è che fa la canzone?” ci balzava addosso. Jerry che rideva dei suoi propri pasticci, tutti che sorridevano sul palco prima di darci dentro e buttarsi in quella stupefacente jam dal suono bulgaro – un improvviso cambio di rotta dalla familiare musica folk al reame incantato e rischioso dei tempi composti e delle scale modali. Tutto ciò che erano i Dead, sembrava, poteva essere avvolto e impacchettato in quella canzone. Bellezza e pericolo, tutto vorticava insieme. E poi, da quella oscura jam vorticosa emergeva il ritornello: “Come hear Uncle John’s Band….”: e di nuovo era tempo di campeggio intorno al fuoco. Mani che battono a tempo, la folla diventa la sezione ritmica. E poi di nuovo verso qualche altra canzone…

Decisamente ballabile, la melodia portava  ogni volta l’intera folla a fresche altezze di felicità. Ed è così cantabile!

Non è grande che i corvi raccontino la storia della vita e della morte? (Ci penso ogni volta che vedo un corvo).

E che dire di quelle pareti fatte di palle di cannone? Noi americani ne siamo fieri, o lo disprezziamo?

E dove era quella miniera d’argento? Siete bloccati in una di esse?

In ogni caso non importa: non c’è tempo per odiare. Secondo me, se c’è una sola lezione da tutta la poetica di Hunter, è quella. Egli la approccia da diverse angolazioni, ma per me si arriva sempre a quello. “Se non ce’è amore nel sogno, esso non si avvererà mai”.

Grazie, Emily, e grazie, Hunter.

Ti giri ancora — ci provi. Posso sentire la tua voce …

Parole di Robert Hunter; musica di Jerry Garcia


Bé, i primi giorni sono i più duri

Non preoccuparti più

Quando la vita sembra tutta rose e fiori

C’è un pericolo alla porta

Riflettici su a fondo con me

Fammi sapere che ne pensi

Wo-oh, quel che voglio sapere è

Sei gentile?

 

È una scelta da danzatore solitario, amico mio

Faresti meglio a seguire il mio consiglio,

A questo punto conosci tutte le regole

E sai distinguere il fuoco dal ghiaccio

Verrai con me?

Non verresti con me?

Oh quel che voglio sapere

È se verrai con me

 

Maledizione, ora dichiaro

Hai visto una cosa del genere?

I loro muri sono fatti di palle da cannone,

il loro motto è “non calpestarmi”

vieni ad ascoltare la band dello zio John

sulla riva del fiume

Ho alcune cose di cui parlarti

Qui, accanto alla marea che sale

 

È la stessa storia che mi ha raccontato il corvo

È l’unica che conosce

Arrivi come il sole mattutino

E come il vento te ne vai

Non è tempo di odiare

A mala pena tempo di aspettare

Wo-oh quel che voglio sapere è

Dove va il tempo?

 

Vivo in una miniera d’argento

E la chiamo “Tomba del Mendicante”
mi sono procurato un violino

E ti prego conduci le danze

La scelta di  ognuno

Posso udire la tua voce

Wo-oh quel che voglio sapere è

Come è che fa la canzone?

 

Vieni e ascolta la band di Uncle John

Sulla riva del fiume

Vieni con me o vai da solo

Egli è venuto per portare a casa i suoi bambini

Vieni e ascolta la band di Uncle John

Che suona alla marea

Vieni anche tu con noi o vai da solo

Egli è venuto per portare a casa i suoi bambini

martedì 22 novembre 2022

Tennessee Jed

“Tennessee Jed” di David Dodd.

Robert Hunter: “’Tennessee Jed’ ebbe origine a Barcellona. Riempito di “vino tinto”, la composi ad alta voce al suono di uno scacciapensieri fatto vibrare tra facciate di edifici che ne riecheggiavano il suono da qualcuno che passeggiava un mezzo isolato avanti a me nel tardo crepuscolo estivo”.

Una storiella perfettamente incorniciata – esprime e ci comunica il luogo, il momento, la stagione, lo stato mentale di Hunter, la musica nell’aria e la luce, e ci ritroviamo là. Eppure il testo che ne risulta appare incoerente! Folklore americano allo stato puro, colmo di riferimenti a un ignoto spettacolo radiofonico degli anni quaranta del novecento e di personaggi che paiono scesi da un romanzo ambientato nel Sud rurale. Colpisce, però, che sia una canzone sulla nostalgia di casa, e forse è da lì che Hunter lo ricava – il desiderio di essere in quel posto che preferisce a ogni altro al mondo.

Il nostro narratore è davvero a mal partito. Si trova in prigione, o per lo meno alla catena con una squadra di lavoratori forzati, all’inizio della canzone, e le cose non vanno esattamente nel migliore dei modi. È il destino della povera gente lungo i secoli: “l’uomo ricco calpesta la mia povera testa…” col risultato che si può cercare tregua solo nel bere, nel gioco d’azzardo, e nella migliore amica dell’uomo.

Lo sconosciuto spettacolo radiofonico “Tennessee Jed”, andò in onda dal 1945 al 1947, ed era sponsorizzato da una ditta di panificazione (Tip-Top Bread), il che sembra legarsi con il verso “quando tornerai farai meglio a imburrarmi il pane” (coincidenza? Non credo). Il personaggio del titolo, Jed (un tipo pratico con una sei colpi), abita un territorio con personaggi che rispondono al nome di Cookstove, il tiratore scelto Steve Martin, lo sceriffo Anderson, Capo Aquila Grigia, Gedeone Gordon, e altri ancora. Tra le altre sue imprese da “buon samaritano”, Jed (che pure canta) sventa un piano per rovesciare il governo degli Stati Uniti a opera di una banda che intende dare nuovo inizio alla Guerra Civile (che al tempo era relativamente recente, un po’ come per noi la Seconda Guerra Mondiale  - per cui una sorta di storia da Capitan America, tanto per contestualizzare).

Stranamente, il titolo della canzone e il personaggio in essa non sono perfettamente abbinati. Il verso nella canzone dice “ritorniamo nel Tennessee, Jed”, e non “torniamo a Tennessee Jed”. Per cui c’è un gioco su nome del personaggio e dello spettacolo, per chi lo sa cogliere. Giusto nel caso foste stati in ascolto all’epoca.

“Tennessee Jed” fu eseguita per la prima volta allo spettacolo del 19 ottobre del 1971 al Northrup Auditorium alla University of Minnesota di Minneapolis, insieme con altre cinque “premiere”: “Jack Straw,” “Mexicali Blues,” “Comes a Time,” “One More Saturday Night,” e “Ramble On Rose.” Divenne da subito un caposaldo del repertorio dal vivo, comparendo ogni anno per un totale di 433 esecuzioni. L’ultima volta fu eseguita l’8 Luglio del 1995, al penultimo spettacolo della band a Chicago.

Fu sul disco “Europe ’72”, una di quella serie di canzoni mai registrate in studio, e fu ripresa in modo memorabile da Levon Helm sul suo disco Electric Dirt nel 2009.

Amo la musica scritta da Garcia per “Tennessee Jed.” Il motivo discendente è orecchiabile e poi, nella parte solista, il ponte senza parole che esplode in uno spazio del tutto nuovo, proprio di fronte alla nostre orecchie. Non me ne stufo mai. Dalle circostanze descritte da Hunter relative alla composizione del testo, mi viene la sensazione che la frase discendente possa essere stata suggerita da Hunter – il quale spesso, il più delle volte, pare, componeva i suoi testi con delle musiche che poi Garcia, il più delle volte, scartava per ripartire da zero (ci sono eccezioni di rilievo, in cui la musica di Hunter venne mantenuta, in particolare in “It Must Have Been the Roses.” e “Easy Wind.”).

Sembra una frasetta vibrante che potrebbe giungere col ritmo delle parole, e potrebbe essere stata suggerita dal suono di uno scacciapensieri.

Poi c’è il ritmo, che rientra in quella categoria “shuffle” dei brani Grateful Dead, un tipo di beat tranquillo, che rimbalza gentilmente e su cui ci si muove facilmente, adatto a una varietà di tempi. A volte la band sembrava chiedere “quanto lentamente possiamo suonarla?”. È completamente ascientifico, ma un controllo sul posto dei tempi di durata di varie esecuzioni della canzone lungo gli anni mostra una variazione della durata da 7:15 e 8:40. Non può essere tutto dovuto a un aumento del tempo dedicato alla jam, dato che questo ha avuto una durata di battute regolarmente costante, per quanto posso affermare senza un esame approfondito. Per cui attribuirei la vasta diversità nei tempi di esecuzione a una variazione della velocità.

In conclusione, per me una canzone sul desiderio di tornare a casa. Una delle molte con tale argomento nel repertorio dei Dead.

Il testo originale si trova sul sito www.dead.net


Ceppi di gelido ferro e una palla con la catena

Ascolti il fischio del treno serotino

Sai che sei destinato a finire morto

Se non fai rotta per il Tennesse, Jed

 

L’uomo ricco calpesta la mia povera testa

Quando ti alzi farai meglio a imburrarmi il pane

Lo sai che è come ho detto

Farai meglio a ritornare in Tennessee, Jed

 

Tennessee, Tennessee

Non c’è altro posto in cui preferirei essere

Bimba non vuoi riportarmi

Indietro nel Tennessee?

 

Bevi tutto il giorno e te la spassi nel letto tutta la notte

La legge ti viene a prendere se non tiri dritto

Mi è arrivata una lettera stamani e diceva solo:

Faresti meglio a incamminarti per il Tennesse, Jed

 

Ho tirato giù quattro piani e mi sono spaccato la spina dorsale

Dolcezza vieni presto con la tintura di iodio

Mi prendo qualche istante sotto il letto

E poi si torna in Tennessee, Jed

 

Tennessee, Tennessee

Non c’è altro posto in cui preferirei essere

Bimba non vuoi riportarmi

Indietro nel Tennessee?

 

Mi imbattei in Charley Phogg

Mi fece un occhio nero e prese a calci il mio cane

Il mio cane si volse verso di me e disse

Dai torniamo in Tennessee, Jed

Mi sveglia con un brutto presentimento

Scesi a giocare alla slot machine

Le rotelle giravano e le lettere dicevano:

Farai meglio a tornare in Tennessee, Jed

 

Tennessee, Tennessee

Non c’è altro posto in cui preferirei essere

Bimba non vuoi riportarmi

Indietro nel Tennessee?

venerdì 18 febbraio 2022

Jack Straw

Traduco oltre al testo un articolo di David Dodd sulla canzone, tratto dal sito Dead.net.

Di tutte le grandi canzoni nella lunga storia dei Grateful Dead, penso che “Jack Straw” possa meritare una sorta di riconoscimento per la sua capacità di essere la più pienamente approfondita e la più enigmatica nel contempo. E credo che l’enigma ruoti intorno all’ambiguità di un verso in particolare.

L’evoluzione delle esecuzioni di “Jack Straw” è un caso unico tra le canzoni dei Grateful Dead. Quando fu eseguita per la prima volta il 19 ottobre del 1971 (insime con altre cinque prime esecuzioni) al Northrup Auditorium, University of Minnesota, i vari personaggi della canzone furono interpretati tutti da Bob Weir. Il testo di Hunter, però, richiedeva chiaramente una differenziazione nelle voci e quindi, a partire dal concerto di Parigi il 3 Maggio del 1972, Garcia intervenne e la canzone divenne un racconto drammatizzato che comprendeva due personaggi con voci distinte più un “Narratore”.

Weir, in un paio di interviste, racconta dell’origine di “Jack Straw”:

"Avevo appena letto Uomini e Topi per la decima volta. Ero completamente affascinato da quella storia. Feci un viaggio indietro al tempo della Depressione e in quell’epoca questa storia affiorò tra me e Hunter, la storia di questi due tizi in fuga…  buoni a nulla, vittime della Depressione.” (Marzo 2004)

"Non guardo molto la TV, ma una  notte ero a casa, era tardi, e cominciarono a trasmettere una vecchia versione di “Uomini e topi” di Steinbeck. Rimasi ipnotizzato. Stavamo uscendo dalla fase di Workingman’s Dead e Hunter aveva questo testo. Lo impugnai, e ne venimmo fuori con un piccolo abbozzo di vita rurale americana, una ballata su due fannulloni.  Era modellata su “Uomini e topi”, ma cercammo di conferirle due o tre diversioni. Stessa storia, contesto differente.” (Maggio 2007)

I due „buoni a nulla“ nella canzone portano i nomi di Shannon (Garcia) e Jack Straw (Weir). Ecco come il dialogo si snoda. Va notato che oltre ai due personaggi, ognuno dei quali interpreta i propri versi, come si conviene, c'è una terza persona, il narratore, e il cantato vede Weir, Garcia e Lesh.

Narratore: "We can share ..."

Shannon: "I just jumped the watchman ..."

Jack Straw: "Hurts my ears to listen, Shannon ..."

Jack Straw: "We used to play for silver ..."

Narrator: "Leaving Texas 4th day of July ..."

Shannon: “Gotta go to Tulsa…”

Jack Straw: “There ain’t no place a man can hide…”

Narrator: "Jack Straw from Wichita cut his buddy down..."

Ecco, qui c’è l’ambiguità che riscontro io, e che numerosi commentatori hanno delineato (date un’occhiata al sito www.well.com/deadsongs per una serie piuttosto lunga di opinioni sul percorso narrativo della canzone). Nel secondo verso, Jack Straw rimprovera Shannon per avere “steso un uomo a sangue freddo,” affermando che “avrebbe potuto benissimo” essere lui—ovvero che nel commettere un assassinio, Shannon ha condannato entrambi ad accuse di omicidio, e pertanto alla pena capitale.

Più avanti nel testo, comunque, Jack Straw „ha abbattuto il suo compare“. Ora questo potrebbe essere letto in due modi completamente diversi: o egli ha ucciso Shannon, oppure lo ha tirato giù da un patibolo per dargli una sepoltura dignitosa prima di prendere il volo per vendicarlo – “un uomo è andato e un altro andrà”.

Ammetto che è un po‘ forzato, ma il testo potrebbe funzionare in entrambi i modi.

Nel libro di Robert Hunter “A Box of Rain”, il testo è stampato con alcuni versi in corsivo, un indice in altri punti della stessa antologia che questi versi non sono stati scritti da Hunter medesimo ma da un’altra persona – come nel caso di “Sugar Magnolia,” ad esempio in cui una nota indica esplicitamente: “il testo in corsivo ha come autore Robert Weir.” Seguendo questa convenzione, il contributo di Weir a “Jack Straw” include tre versi: 1) “Hurts my ears to listen...” 2) We used to play for silver...” e 3) Ain’t no place a man can hide...”

Sfortunatamente i versi iniziali sono spesso presi alla lettera dagli ascoltatori — ho sempre trovato strano il boato che emergeva dalla folla ai versi “Possiamo spartirci le donne, Possiamo condividere il vino”. In effetti, come è stato fatto notare, quella attitudine ha condotto i nostri fannulloni protagonisti su un percorso di autodistruzione.

Ma forse sto assecondando troppo le mie valutazioni. Ancora una volta, sta a ogni singolo ascoltatore decidere.

A parte tutto, questa canzone ha spesso conferito tantissima adrenalina a una spettacolo, e il suo messaggio di amicizia sbandata e vite sprecate può farci riflettere. Inoltre – paga sempre leggere Steinbeck! (o quantomeno guardare i film tratti dai suoi libri).


 

Possiamo spartirci le donne

Possiamo condividere il vino

Possiamo spartire quel che rimane delle tue cose

Perché abbiamo già condiviso tutto il mio

Continua a muoverti

Solo un miglio ancora

Continua ad muoverti, mio vecchio compare

Stai andando troppo piano

 

Ho appena saltato il guardiano

Proprio al di fuori della recinzione

Ho preso il suo anello, quattro dollari in cambio

Non è un dono del cielo? 

Mi fa male ascoltare, Shannon
Mi bruciano gli occhi a vedere
Abbattere un uomo a sangue freddo, Shannon
avrei potuto essere io

Una volta giocavamo per l’argento

Ora ci giochiamo la vita

Una volta è per svago, una volta per il sangue

Sulla punta di un coltello

Ora il dado è tratto

Ora il dado deve cadere

Questo gioco non ha un vincitore

Che non porterà tutto a casa

Non tutto…

Lasciando il Texas

Il quarto giorno di Luglio

Il sole così incandescente, le nubi così basse

Le aquile riempivano il cielo.


Prendi il Detroit Lightning
via da Santa Fe
Sulla Great Northern fuori da Cheyenne
Da mare a mare scintillante

Devo raggiungere Tulsa

Col primo treno che possiamo prendere

Devo saldare qualche vecchio conto

E un puntino di orgoglio

 

Non c’è un posto dove un uomo si possa nascondere, Shannon

Allontanarlo dal sole 

Nessun letto ci offrirà riposo, amico

Continui a tenerci in fuga

Jack Straw da Wichita

Ha abbattuto il suo compare

Ha scavato per lui una fossa poco profonda

E vi ha deposto il corpo

Mezzo miglio da Tucson

Alla luce del mattino

Un uomo è andato e un altro andrà

Mio vecchio amico sei troppo lento

Possiamo spartirci le donne

Possiamo condividere il vino…


mercoledì 5 gennaio 2022

Mississippi Half-Step Uptown Toodleloo

Brano scritto da Jerry Garcia su testo di Robert Hunter, registrato per l’album “Wake of the Flood” del 1973.


                                                                


Il giorno in cui nacqui

Papà si sedette a piangere

Avevo il marchio, era chiaro come il giorno

Non si poteva negarlo

Dicono che Caino sorprese Abele

Tirando dadi truccati

Un asso di picche dietro l’orecchio

Senza pensarci due volte

 

Mezzo tono

Mississippi, Quartieri alti, ci vediamo …

Ciao piccola, sono partito, arrivederci

Mezza tazza di whiskey di segale e zucchero

Ti saluto vecchio cielo del sud

Sono sulla mia strada, la mia strada

 

Se tutto ciò per cui vivi

È quello che hai lasciato alle spalle

Procurati una carica di polvere da sparo

E chiudi quella miniera di argento

Ho perso i miei stivali nel tragitto piccola

Un ammasso di cuoio fumante

Mi sono attaccato ai piedi un pezzo di copertone riciclato

E ho pregato che il tempo migliorasse

Dicono che quando la tua nave arriva in porto

Il primo che arriva prende le vele

Il secondo si prende il ponte di poppa

Il terzo le assi e i parapetti

Che senso ha avere il controllo, condurre le danze?

Questa stecca da bigliardo non è tutta diritta

Il pallino è fatto di polistirol

E nessuno ha il tempo

 

Half-step

Mississippi Uptown Toodleloo

Ciao piccola, sono partito, arrivederci

Mezza tazza di whiskey di segale e zucchero

Ti saluto vecchio cielo del sud

Sono sulla mia strada, la mia strada

 

Dall’altra parte del Rio Grande

Dall’altra parte del fiume lento

giovedì 2 dicembre 2021

Ship of Fools (Grateful Dead)

Ship of fools

La nave dei folli è un’allegoria che ha la sua origine nel libro VI della Repubblica di Platone, relativa a un’imbarcazione con un equipaggio disfunzionale.

Si pensi a una nave, il cui capitano è il proprietario, più grande e più forte di tutti i marinai, ma - pur non essendo cattivo - è di vista corta, un po' sordo e inesperto di cose nautiche. I membri della ciurma stanno a litigare fra loro, contendendosi il timone, pur essendo anch'essi inesperti di marineria; anzi, affermando che quest'arte non è insegnabile, fanno continue pressioni sul comandante per ottenere il timone. Se non riescono a ottenerlo con le preghiere, ammazzano o buttano fuori bordo i concorrenti, o drogano il capitano. Ed esaltano chi li aiuta in queste loro intraprese trattandolo come un esperto, anche perché, pur essendo privi di techne e di pratica, pensano che l'arte del pilota si acquisisca semplicemente prendendo il governo della nave. Il pilota competente, il quale sa che ci si deve preoccupare dell'"anno e delle stagioni, del cielo e degli astri", verrebbe trattato come un inutile chiacchierone con la testa fra le nuvole. 

Il concetto costituisce l'ossatura del libro del XV secolo Ship of Fools (1494) di Sebastian Brant, che servì da ispirazione per il quadro di Hieronymus Bosch, Ship of Fools: una nave - un'intera flotta all'inizio - parte da Basilea, diretta al Paradiso dei Folli. In esso, Brant concepisce San Grobian, che immagina essere il santo patrono della gente volgare e grossolana. Nelle composizioni letterarie e artistiche del XV e XVI secolo, il motivo culturale della nave dei folli serviva anche per parodiare l'"arca della salvezza", come veniva chiamata la Chiesa cattolica.

 I Doors incisero una canzone intitolata “Ship of Fools” nel 1970. I Grateful Dead raccolsero l’idea di una nave in stato di ammutinamento nella canzone omonima del 1974, scritta da Robert Hunter e Jerry Garcia. John Cale pubblicò la sua composizione “Ship of Fools” susll’album Fear (1974). Altri autori di brani con questo titolo furono Robert Calvert (1975), Bob Seger (1976) e la band World Party (1986). Nel 1988 John Renbourn trasse spunto per un brano con questo titolo, come anche Robert Plant sul suo Now and Zen. I Pink Floyd utilizzarono l’allegoria politica nella loro canzone “A Great Day For Freedom” che riporta il verso “The Ship of Fools has finally run aground" (1994, album "The Division Bell).


Sono andato a vedere il capitano

Il più strano che potessi trovare

Ho fatto la mia proposta,

l’ho messa in gioco

 

Non farò da schiavo per una paga da pezzente

Allo stesso modo per oro e gioielli

Ma farei da schiavo per imparare come

Affondare la vostra nave di folli

 

Nave dei pazzi

Su un mare crudele

Nave di pazzi

Veleggia via da me

 

Era più tardi di quanto pensavo

Quando per la prima volta vi credetti

Ora non posso più condividere le vostre risate

Nave di folli

Vidi la vostra prima nave affondare e affogare

Dal dondolio della barca

E tutto ciò che non poteva affondare o nuotare

Fu lasciato lì a galleggiare

 

Non vi lascerò andare alla deriva

Ma mi fa impazzire che

Con 30 anni sulle spalle

Mi dobbiate chiamare bambino

 

Nave dei pazzi

Su un mare crudele

Nave di pazzi

Allontanati da me

 

Era più tardi di quanto pensavo

Quando per la prima volta vi credetti

Ora non posso più condividere le vostre risate

Nave di folli

 

Le bottiglie sono vuote così

Come prima erano piene

Tempo che era in abbondanza

Ma da quella tazza non più

Anche se non potrei avvisare tutti

Potrei ancora avvertire qualcuno

Non prestare la tua mano per alzare una bandiera

In cima a nessuna nave di pazzi

 

Nave dei pazzi

Su un mare crudele

Nave di pazzi

Allontanati da me


Era più tardi di quanto pensavo

Quando per la prima volta vi credetti

Ora non posso più condividere le vostre risate

Nave di folli

 

Era più tardi di quanto pensavo

Quando per la prima volta vi credetti

Ora non posso più condividere le vostre risate

Nave di folli

mercoledì 17 febbraio 2021

Scarlet Begonias

La canzone composta da Garcia su testo di Robert Hunter viene pubblicata nel 1974 su “From the Mars Hotel” . L’iniziale “As I was walking” è una classica apertura della tradizione britannica, mentre Grosvenor Square ambienta la scena in Inghilterra, dove avviene l’incontro inaspettato che viene descritto usando metafore di una partita a carte. Il testo è descrittivo e sognante allo stesso tempo: il vento che suona “Tea for two”, il cielo giallo e il sole blu; l’ultimo verso si conclude con una splendida definizione del legame che unisce i deadheads e la “loro” band: sconosciuti che ti fermano, solo per stringerti la mano, tutti suonano nella band dal cuore d’oro. È il sentimento che uno spettacolo dei Grateful Dead avviene in una simbiosi tra gruppo e pubblico, che si sostengono a vicenda: in quel senso ognuno è nella band.



Mentre percorrevo Piazza Grosvenor

Non fu un brivido per l’inverno ma un pizzico dell’aria

Dalla direzione opposta ella stava attirando il mio sguardo

Poteva essere un’illusione, ma potevo provare, tanto valeva provarci

 

Portava anelli alle dita e sonagli sulle scarpe

E sapevo senza bisogno di chiedere che era preda di malinconia

Indossava delle begonie scarlatte, intrecciate nei suoi riccioli

Seppi subito che non era come le altre ragazze, le altre ragazze

 

Nel bel mezzo della sera quando la situazione si fa agitata

Lei era troppo disinvolta per scoprirsi e troppo imperturbabile per bluffare

Mentre raccoglievo le mie puntate e stavo chiudendo la porta

Ebbi uno di quei flash: ero già stato lì, già stato lì

 

Beh, non ho sempre ragione ma non ho mai avuto torto

Raramente le cose vanno come nelle canzoni

Una volta ogni tanto hai un’illuminazione

Nel posto più strano, se guardi nel modo giusto

 

Beh, non c’era niente di sbagliato nel suo modo di muoversi

O le begonie scarlatte o il tocco di malinconia

E non c’era niente di sbagliato nello sguardo dei suoi occhi

Ho dovuto imparare a mie spese a lasciarla andare, lasciarla andare

 

Il vento nel salice suonava “Tea for Two”

Il cielo era giallo e il sole era blu

Gli estranei si fermavano tra loro, solo per stringersi le mani

Ognuno suona nella band dal cuore d’oro, band dal cuore d’oro

 

mercoledì 6 gennaio 2021

Candyman

Grazie al prezioso sito “The Annotated Grateful Dead Lyrics” abbiamo alcune interpretazioni che aiutano a meglio comprendere il testo di Robert Hunter, scritto per questa canzone di “American Beauty”.

“Come all you...” è una tipica apertura per le canzoni popolari, e il Candyman è un personaggio popolare della musica afroamericana dei primi del 1900, per quanto la maggior parte dei racconti rurali che lo riguardano siano considerevolmente più osceni rispetto alla storia raccontata da Hunter (ad es. “ha un bastone di zucchero lungo nove pollici”, ecc.).

Secondo dizionari di slang americano il “Candyman”sarebbe un venditore di droghe illegali, ma anche un uomo che ha fortuna, successo o è tenuto in grande considerazione, soprattutto per quanto riguarda le donne. In altre parole un bel termine ambiguo.

Secondo l’Oxford English Dictionary il termine "jive" indica un linguaggio o una conversazione fuorvianti, falsi o pretestuosi.

Mr. Benson è un personaggio della canzone "Midnight Special": "lo Sheriff Benson ti arresterà..." se vai a  Houston, è l’avvertimento.

Un verso interessante è "Roll those laughing bones”, considerando che i dadi spesso erano ricavati dalle ossa. L’allusione di Hunter ai dadi quindi è abbastanza ovvia anche se non immediata.


 

Venite tutte voi belle donne

Con i vostri capelli sciolti

Aprite le finestre perché

È arrivato l’uomo delle caramelle

 

Venite ragazzi a giocare d’azzardo

Tirate quei dadi fatti di ossa ridenti

Vincono il sette e l’undici

Mi porterò a casa i vostri soldi

 

Attenzione

Attenzione

L’uomo delle caramelle

Ecco che arriva e

Già se n’è andato via

La bella signora non ha

Più un amico

Fino a quando

L’uomo delle caramelle non ripasserà di qui

Arrivo da Memphis

Dove ho imparato a parlare il jive

Quando tornerò a Memphis

Ci sarà un uomo vivo in meno

Buongiorno signor Benson

Vedo che se la sta passando bene

Se avessi un fucile

La sparerei dritto all’inferno

 

Attenzione

Attenzione

L’uomo delle caramelle

Ecco che arriva e

Già se n’è andato via

La bella signora non ha

Più un amico

Fino a quando

L’uomo delle caramelle non ripasserà di qui

Ragazzi, venite a puntare

Se ne avete l’intenzione

Se avete un dollaro ragazzi

Mettetelo giù

Passami la mia vecchia chitarra

Fai girare il whiskey

Voglio che tu dica a tutti quelli che incontri

Che l’uomo dei dolci è in città

 

Attenzione

Attenzione

L’uomo delle caramelle

Ecco che arriva e

Già se n’è andato via

La bella signora non ha

Più un amico

Fino a quando

L’uomo delle caramelle non ripasserà di qui

giovedì 19 marzo 2020

New Speedway Boogie


I famigerati fatti del concerto organizzato ad Altamont dai Rolling Stones alla fine del 1969 sono stati ampiamente discussi e raccontati, anche per immagini dal documentario “Gimme Shelter”, voluto dagli stessi Stones. Tra i musicisti testimoni in prima persona vi furono anche i Grateful Dead (la band era in programma quel giorno ma non si esibì), che dedicarono una canzone agli eventi di quella giornata. Il testo di Robert Hunter descrive le sensazioni di angoscia e di sconforto di quella situazione sconvolgente per i protagonisti, sensazioni che forse si estendono anche a un sentimento generale di quel periodo. Il senso di oppressione viene espresso pienamente nella reiterazione del verso finale “one way or another, this darkness got to give”.



Senti per favore non monopolizzare la conversazione, Jack
Se non hai niente di nuovo da dire
Se, per favore, non blocchi il binario
Questo treno oggi deve viaggiare

Ho passato un po’ di tempo sulla montagna
Ho passato un po’ di tempo sulla collina
Ho sentito qualcuno dire “meglio scappare”
Altri dire “meglio stare calmi”

Ora io non so ma mi è stato detto
Che è difficile correre sotto il peso dell’oro
D’altro canto ho sentito anche dire
Che lo è altrettanto con il peso del piombo
Chi può negare? Chi può negare?
Non è solo un cambio di stile
Un passo è fatto e un altro è iniziato
E mi chiedo quante miglia?
Ho passato un po’ di tempo sulla montagna
Ho passato un po’ di tempo sulla collina
Sono successe cose che non comprendiamo
Ma penso che col tempo capiremo

Ora io non so, ma mi è stato detto
Nel calore del sole un uomo è morto di freddo
Continuare a venire, o fermarsi e aspettare
Con il sole così scuro e l’ora così tarda
Non puoi ignorare l’assenza, Jack,
Di una qualsiasi altra strada da percorrere
Non ci sono segnali né linee divisorie
E ci sono pochissime regole guida

Ho passato un po’ di tempo sulla montagna
Ho passato un po’ di tempo sulla collina
Ho visto cose scappare di mano
Suppongo che succederà sempre
Ora io non so, ma mi è stato detto
Se il cavallo non tira sei tu che devi sobbarcarti il carico
Io non so chi possa avere una schiena così forte
Forse lo si scoprirà fra non molto

In un modo o nell’altro, in un modo o nell’altro
In un modo o nell’altro, quest’oscurità deve cambiare
In un modo o nell’altro, in un modo o nell’altro
In un modo o nell’altro, quest’oscurità deve terminare


giovedì 13 febbraio 2020

Box of Rain


Dal libro dell'autore Robert Hunter intitolato "Box of Rain": "Phil Lesh voleva una canzone da cantare al proprio padre morente e aveva composto un brano con tutte le sfumature del cantato ma a cui mancavano ancora le parole. Se mai un testo può “scriversi da solo” questo accadde in quel caso, e così  velocemente quanto la penna permetteva di scorrere sulla carta.

Da “Classic Albums: American Beauty”, un film di Jeremy Marre:
Lesh (su "Box of Rain"): le parole arrivarono in modo insolito. Era la prima volta che scrivevo una canzone da molto tempo, e avevo la melodia e gli accordi, in effetti l’intera canzone dall’inizio alla fine – introduzione, coda e tutto – e la  misi su nastro per darla a Hunter.


Hunter: “Aveva scritto questi cambi adorabili e messi su un nastro per me, e ci cantò sopra – per cui c’era tutto il fraseggio, e penso che l’ascoltai due o tre volte, scrivendo il più velocemente possibile, e la canzone fu completata.


Lesh: “A quel tempo mio padre stava morendo di cancro e io guidavo fino all’ospedale per andarlo a trovare, e dopo che Bob mi diede il testo mi impratichivo al volante cantando la canzone. In qualche modo identificai quella canzone con mio padre e con la sua morte imminente. Le parole che aveva trovato erano così adatte, così perfette. Fu molto commovente per me avere una tale esperienza durante la dipartita di mio padre. Da allora mi è venuta voglia di cantarla in altre situazioni simili.


Hunter: "Con “box of rain” intendevo il mondo in cui viviamo, ma “palla di pioggia” non mi suonava bene, così divenne “scatola” e non so chi ce l’abbia messa.



Guarda fuori da qualunque finestra, ogni mattina
Ogni sera, ogni giorno.
Forse il sole sta splendendo, gli uccelli si lanciano
Da un cielo plumbeo non scende pioggia

Che cosa vuoi che faccia?
Che faccia per te, per aiutarti?
Perché questo è tutto un sogno
Che abbiamo sognato un pomeriggio tanto tempo fa

Esci da qualunque porta, avanza a tentoni
Avanza a tentoni, avanza a tentoni come il giorno prima
Forse troverai una direzione dietro un angolo,
lì dove stava aspettando di incontrarti

Che cosa vuoi che faccia?
Che ti vegli per un poco mentre dormi?
Beh allora non essere sorpreso
Se mi troverai che sogno anch’io

Guarda negli occhi di chiunque trovi accanto a te;
puoi vedere chiaramente fino a un altro giorno.
Forse è stato visto prima attraverso altri occhi
In altri giorni durante il ritorno a casa.

Che cosa vuoi che faccia?
Che faccia per te, per aiutarti?
Questo è tutto un sogno
Che abbiamo sognato un pomeriggio tanto tempo fa

Cammina nella luce frantumata del sole
Incedi lentamente attraverso
Sogni periti verso un’altra terra.
Forse sei stanco e a pezzi;
La tua lingua si è attorcigliata
Con parole dette a metà
E pensieri incomprensibili.

Che cosa vuoi che faccia?
Che faccia per te, per aiutarti?
Una scatola di pioggia lenirà il dolore
E l’amore ti aiuterà.

Solo una scatola di pioggia, vento e acqua.
Credici se ne hai bisogno,
Altrimenti passalo e fallo girare,
Sole e acquazzone, vento e pioggia,
fugacemente dalla finestra
Come una falena davanti a una fiamma.

Ed è solo una scatola di pioggia;
Non so chi ce l’ha messa;
Credici se ne hai bisogno
O lascialo se osi farlo

Ed è solo una scatola di pioggia,
O un nastro per i tuoi capelli;
Un tempo talmente lungo per arrivare a essere andato
E un tempo così breve per essere lì.




mercoledì 26 dicembre 2018

Sugaree

Il testo di “Sugaree” fu scritto da Robert Hunter, paroliere di Garcia, per il primo album solista del leader dei Grateful Dead. Dalle note scritte da Hunter per la riedizione di “Garcia”: “Sugaree fu scritta poco dopo il mio trasferimento dalla casa di Garcia a China Camp. La gente dà per scontato che l’idea sia presa in prestito da Sugaree di Elizabeth Cotten, ma in effetti il primo titolo fu “Stingaree”, che è il nome di una manta velenosa dei mari del sud. Perché cambiare il titolo in “Sugaree”? Pensavo semplicemente suonasse meglio così, fare portare al destinatario un nome zuccheroso lo avrebbe fatto sembrare più duro e cinico. La canzone, come l’avevo immaginata, è indirizzata a un magnaccia. E sì, conoscevo la canzone della Cotten, e in effetti presi a prestito da lei il nuovo nome, suggerito dal ritornello “Shake it”.



Quando verranno a prenderti
Quando porteranno in giro quel carro
Quando verranno a farti visita
Per trascinare giù il tuo povero corpo

Solo una cosa chiedo da te
C’è solo una cosa per me
Ti prego dimentica che conosci il mio nome
Tesoro, Sugaree

Presto, presto Sugaree
Non dire loro che mi conosci
Presto, presto Sugaree
Non dire loro che mi conosci

Pensavi di essere il freddo giullare
E di non potere mai sbagliare
Avevi tutto bello e risolto
Com’è che stai sveglio tutta la notte?

Solo una cosa chiedo da te
C’è solo una cosa per me
Ti prego dimentica che conosci il mio nome
Tesoro, Sugaree

Presto, presto Sugaree
Non dire loro che mi conosci
Presto, presto Sugaree
Non dire loro che mi conosci

Sai, nonostante tutto quel che hai guadagnato
Ti tocca sempre stare fuori sotto la pioggia battente
Un’ultima voce ti sta chiamando
E suppongo che per te sia ora di andare

Solo una cosa chiedo da te
C’è solo una cosa per me
Ti prego dimentica che conosci il mio nome
Tesoro, Sugaree

Presto, presto Sugaree
Non dire loro che mi conosci
Presto, presto Sugaree
Non dire loro che mi conosci

Presto, ora, Sugaree
Ti incontrerò al Giubileo
E se il Giubileo non arriva
Beh, ti incontrerò in fuga

Solo una cosa chiedo da te
C’è solo una cosa per me
Ti prego dimentica che conosci il mio nome
Tesoro, Sugaree

Presto, presto Sugaree
Non dire loro che mi conosci
Presto, presto Sugaree
Non dire loro che mi conosci

mercoledì 27 giugno 2018

Bird Song


Robert Hunter originariamente scrisse questa canzone come tributo alla scomparsa Janis Joplin. Racconta con semplicità e intensità come le persone entrino nella nostra vita, ci rendano felici, per poi scomparire, a volte dopo  un tempo alquanto breve. Phil Lesh ai nostri giorni canta "All I know is something like a bird within him sang", trasferendo il verso al defunto Jerry Garcia.




Tutto quel che so è che qualcosa come un Uccello cantava dentro di lei
Tutto quel che so è che cantò per un breve istante e poi continuò il suo volo
Raccontami tutto ciò che sai
Io ti mostrerò
Neve e pioggia

Se tu dovessi sentire di nuovo la stessa dolce canzone, saprai perché?
Chiunque canti una melodia così dolce ci oltrepassa
Ridi nello splendore del sole
Canta, piangi nel buio
Vola attraverso la notte

Non piangere ora
No non piangere
Non piangere mai più
La da da da

Dormi nelle stele
Non piangere
Asciuga I tuoi occhi nel vento
La da da da da da
Tutto quel che so è che qualcosa come un Uccello cantava dentro di lei
Tutto quel che so è che cantò per un breve istante e poi continuò il suo volo
Raccontami tutto ciò che sai
Io ti mostrerò
Neve e pioggia


mercoledì 4 ottobre 2017

Ripple

Come di consueto per le canzoni composte da Garcia, le parole sono di Robert Hunter. Traduco anche un articolo su “The Ripple” scritto da Jim Beviglia per American Songwriter.





Se le mie parole risplendessero con l’oro della luce del sole
E le mie melodie fossero suonate sull’arpa priva di corde
Sentiresti la mia voce arrivare attraverso la musica?
La terresti vicina a te come se fosse la tua?

È un’idea di seconda mano, i pensieri sono spezzati
Forse sarebbe meglio non esprimerli col canto
Non lo so, non mi importa veramente
Lasciamo che siano canzoni a riempire l’aria

Un’increspatura nell’acqua calma
Senza che sia stato tirato un sasso
O che soffi vento

Allunga la tua mano se la tua coppa è vuota
Se la tua coppa è piena possa esserlo ancora
Lascia che si risappia che c’è una fontana
Che non è stata costruita da mano d’uomo

C’è una strada, non una semplice via maestra
Tra l’alba e l’oscurità della notte
E se ci vai potrebbe non seguirti nessuno
Il percorso è soltanto per i tuoi passi

Un’increspatura nell’acqua calma
Senza che sia stato tirato un sasso
O che soffi vento

Tu che scegli di condurre devi seguire
Ma se cadi cadrai da solo
Se dovessi alzarti chi ti guiderà allora?
Se conoscessi la strada ti porterei a casa



Come conseguenza di una meritatissima reputazione come predominante live act della loro epoca, è comprensibile che le registrazioni in studio dei Grateful Dead possano rimanere in qualche modo oscurate. Seguendo la stessa linea di pensiero, l’abilità di scrittura della band, che spesso si riduce alla musica di Jerry Garcia e alle parole di Robert Hunter, non sempre riceve la considerazione che merita.

Eppure, nel 1970, i Dead pubblicarono a pochi mesi di distanza uno dall’altro una coppia di album che sembravano catturare l’irrequietezza di un’intera generazione disancorata dei propri ideali e agirono come un balsamo per lenire tali delusioni. Workingman’s Dead fu seguito rapidamente da American Beauty e da quest’ultimo album provenne “Ripple”, forse la quintessenza sia della delicata magia raggiunta in studio dalla band sia della collaborazione tra Garcia e Hunter.
Quando Rolling Stone chiese a Hunter di nominare un testo di cui fosse particolarmente fiero, rispose: “Let it be known there is a fountain/ That was not made by the hands of men,” un verso da “Ripple.” “Probabilmente il verso preferito tra quelli che io abbia mai scritto, che mi sia mai venuto in mente. E ci credo, sai?”

Versi come quelli erano scritti su misura per Garcia, che poteva esprimere profondità inebrianti come quelle con uno scintillio nella propria voce, mantenendole ancorate al suolo quando avrebbero potuto facilmente fluttuare via nell’etere. Per “Ripple” Garcia costruì una melodia che era pura e umile, venata di una leggera tristezza. Hunter ricorda quando il suo vecchio amico arrivò con la musica da abbinare alle parole: “Eravamo in Canada, in quel viaggio in treno [il Festival Express, 1970]  e una mattina il treno si fermò e Jerry era seduto sui binari non troppo lontano, all’alba, che musicava “Ripple”. Questo è un bel ricordo”.

In studio, la band accarezzò la canzone con la gentilezza di un amante. La chitarra acustica di Garcia è il tenero cuore della canzone, mentre la sezione ritmica di Phil Lesh e Bill Kreutzmann la sospinge dolcemente in avanti. Quando arrivarono a “Ripple” su American Beauty, i Dead avevano perfezionato definitivamente le armonie usate pesantemente su Workingman’s Dead. Le voci di insieme su “Ripple” forniscono conforto quando le parole evocano disagio.

Hunter fornisce versi che evocano saggezza cosmica e serenità senza ignorare l’oscurità ai margini presente anche nelle vite più fortunate. La canzone allude a differenti religioni e filosofie, dalle implicazioni della cristianità nei versi che parlano di coppe piene e riempite, che richiamano il salmo 23, al koan buddista del ritornello. Quest’ultimo addirittura rompe lo schema di rime relativamente convenzionale delle strofe per formare un haiku, un altro esempio in cui l’Oriente incontra l’Occidente nel brano.

La canzone si apre con Garcia che esprime la propria opinione sul potere della musica, o per meglio dire sulla mancanza di esso. Anche se le sue parole risplendessero e fossero maestosamente spinte attraverso l’aria su un’arpa senza corde, non v’è certezza di un loro positivo impatto sull’ascoltatore. Ciò nonostante, per inciso, ammette anche che il mondo è migliore per la presenza della musica: “I don’t know, don’t really care/ Let there be songs to fill the air.”

Nella seconda strofa, si raggiunge una maggiore sobrietà, con il narratore che, dopo avere augurato buone novelle e coppe piene al suo uditorio, grazie alla fontana magica, li avverte di una “strada, non una semplice via maestra, tra l’alba e l’oscurità della notte”. Sul suo cammino il viaggiatore non potrà godere di alcuna compagnia: “quel percorso è soltanto per i tuoi passi.”

Mentre questi misteri irrisolvibili ancora aleggiano, il ritornello irrompe e il mandolino suonato da David Grisman sembra sospendere la canzone a mezz’aria in modo che Garcia possa esprimere l’immaginario incredibilmente bello del ritornello: “Ripple in still water/ When there is no pebble tossed/ Nor wind to blow.” Possiamo considerare quei versi, le loro contraddizioni intrinseche una facile partita per l’abilità necessaria a trasmetterli in musica.

La strofa finale ritorna a toccare una corda infausta, ma l’ultimo verso fornisce un po’ di consolazione. “If I knew the way, I would take you home,” canta Garcia. Che il narratore fornirebbe assistenza se potesse, è tutto il soccorso che può dare al suo compagno, e in qualche modo ciò è sufficiente. In questo mondo difficile, deve essere così.

E se devi percorrere la strada da solo, c’è sempre la musica da portare con sé come compagnia, come sembra suggerire il conclusivo coro del “la-da” finale. I Grateful Dead hanno suonato “Ripple” nei loro spettacoli “Fare Thee Well”, e sebbene il tentativo sia riuscito bene, non avrebbe mai potuto eguagliare la versione originale su American Beauty. Forse perché Jerry Garcia era presente solo in spirito. O forse semplicemente la perfezione raggiunta da “Ripple” in sala di registrazione non poteva essere migliorata, nemmeno dalla live band migliore del mondo.

Jim Beviglia